Paganini Carlo Pagano

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(Lucca, 28 gennaio 1818 - Pisa, 6 novembre 1889), docente di Filosofia.

Biografia: 

Carlo Pagano Paganini nacque il 28 gennaio 1818 a Lucca ove, appresi i primi elementi delle lettere, si consacrò con particolare predilezione alla filosofia, ricercando da sé con lunghe e profonde meditazioni quella dottrina, che meglio si confacesse alla cultura dei tempi e alle disposizioni del suo animo. Come in altre città d’Italia, anche in Lucca risorgeva l’amore alle lettere classiche e lo studio della patria lingua; e le menti, indirizzate ai prischi sommi, anche nelle questioni filosofiche, non potevano più comportare né le monche tradizioni delle scuole monastiche, né le indigeste compilazioni di dottrine straniere, accettate nei primi decenni del secolo non con maturo esame, ma per inconsiderato impulso d’imitazione. Della sua prima educazione letteraria il Paganini ritenne sempre il gusto per la purezza e la proprietà del linguaggio, e una sollecita diligenza per la lingua latina, che fino agli ultimi anni della sua vita coltivò con non comune eleganza; nella filosofia, applicatosi per qualche tempo alle scienze teologiche, dalle opere dei Padri fu condotto alle dottrine platoniche, tentando da prima di comprenderle nelle interpretazioni e con l’aiuto della traduzione del Ficino. E di questi suoi tentativi pubblicò alcun saggio; sebbene dipoi ne acquistasse una più piena e più sicura notizia, ricorrendo al testo nella edizione di un recente commentatore, e valendosi di qualche opera moderna di critica platonica. Ma quel suo primo incontro col sapiente della Grecia, e le ragioni, che lo avevano indotto a scrutarne il pensiero, ebbero per il suo indirizzo scientifico una grande efficacia, animandolo ad accettare risolutamente e a penetrare quell’ordine di dottrine, che sotto diverso aspetto andavano esponendo in quegli anni due grandi pensatori italiani. Questi avevano compreso, come prima di loro lo aveva compreso il Galluppi, per quali ragioni gl’imperfetti rifacimenti di dottrine straniere avessero ottenuto facile vittoria nelle scuole italiane sulla pigra sottomissione delle menti alle magre reliquie della scolastica; e, conoscitori com’erano degli avanzamenti delle scienze e dei problemi della moderna speculazione, svecchiavano le antiche discussioni sulla origine e i limiti della conoscenza. A quelle dottrine del resto inclinavano i migliori intelletti d’Italia, perché avendole il Gioberti e il Rosmini ricongiunte alle tradizioni di un’epoca gloriosa, pareva che i loro sistemi rampollassero dalla nostra storia e rispondessero all’indole del sentimento nazionale.

Giovanissimo ancora, e già venuto in qualche reputazione, il Paganini insegnò gli elementi di filosofia in vari Istituti della sua città; e in questi modesti uffici continuò fino al 1848: nel quale anno, eletto segretario del gran comando della Guardia Civica, col grado di ufficiale, e addetto allo Stato Maggiore del colonnello Giovannetti, accorse alla guerra per la indipendenza d’Italia.

Al suo ritorno dalla infausta campagna, e dopo la lacrimevole uccisione del venerando Giovannetti, a cui era stato carissimo come figlio, addimandò conforto in tanto strazio della sua anima ai consueti studi. E l’anno appresso, volendo il Governo della Toscana provvedere di nuovi insegnanti il Liceo di Lucca, al quale aveano di recente aggiunto fama e decoro il Lucchesini, il Fornaciari e altri valentuomini; nominò tra gli altri, insieme col Carrara, il Paganini. Ripreso l’insegnamento con tanto maggior ardore, quanto più misere si erano fatte le sorti della patria, non si distolse da quelle meditazioni storiche e filosofiche, le quali a lui, come per qualche tempo alla maggior parte degl’Italiani, era sembrato che rispecchiassero la vita e i destini della nazione. E quel che pensarono i migliori in quegli anni, anch’esso il pensò, che, fallita la prova delle armi, e riusciti di pregiudizio anzi che di vantaggio i subiti commovimenti politici, nella retta istruzione della gioventù, e nella ricerca, della verità, dovesse riconoscersi il fonte di ogni progresso, che può apportare durevole contento alla umana Società.

Sinceramente religioso, non comprendeva l’affannarsi della gerarchia ecclesiastica per gl’interessi mondani, e molto meno comprendeva che a nome della religione si combattessero opinioni filosofiche, perché nate e diffuse col nascere e col diffondersi delle speranze della nazione. Dei due filosofi, che pochi anni innanzi erano stati ammirati e consultati dai potenti, l’uno aveva ripreso volontariamente le vie dell’esilio, l’altro era tornato alle sue opere di carità; restavano pochi e non molto noti seguaci a difendere le costoro dottrine, di contro ai violenti libelli di una stampa anonima o stolidamente presuntuosa. E gli autori e i seguaci delle nuove opinioni filosofiche, vituperati e fraintesi a disegno, venivano additati alle sospettose polizie, come la causa della irreligione e dei turbamenti politici. L’opera del Paganini, divenuto insegnante officiale di un governo, che si reggeva sulle armi straniere, fu diretta a confondere questi protetti calunniatori della sapienza e del nome italiano; qui sta tutta la vita del filosofo e del cittadino. Risoluto a non cercare dai suoi studi e dal suo insegnamento né applausi, né fortuna, ma unicamente la verità, non guardò ai pericoli, ai quali lo avrebbero potuto esporre le sue difese della dottrina Rosminiana, che egli, nella buona compagnia del Manzoni e del Tommaseo, del Giorgini e del Bonghi, riteneva per la vera filosofia.

Questioni, che ora fortunatamente son dimenticate, appassionavano il pubblico in quel tempo, quando il Paganini cominciò ad insegnare, perché tenute vive dai detrattori di ogni virtù civile. I quali, approfittando della paura dei governi di fresco restaurati, miravano a scalzare le riforme già, introdotte fino dal secolo passato da principi assoluti; e sovratutto miravano a sottoporre all’autorità, ecclesiastica il pubblico insegnamento. Da questo insegnamento lasciato in balia di autorità incompetenti, andavan divulgando, esser provenuto il perturbamento degli animi e gli aberramenti della filosofia. Quel richiamarsi ai padri e ai dottori della Chiesa di moderni scrittori andavan dicendo, e alludevano al Gioberti e al Rosmini, esser una delle solite astuzie da prendere gl’inesperti per disseminare con più sicuro esito perniciose dottrine. E quasi volessero aver gloria dei nuovi filosofi sul terreno da questi prescelto, alle costoro dottrine opponevano gl’insegnamenti di un autore universalmente venerato.

Lasciare senza risposta queste obiezioni, che al presente hanno l’aspetto di rancidumi scolastici, parve al Paganini sarebbe stato per lui un mostrarsi indegno di professare le dottrine Rosminiane; rispondere, egli laico, in questioni così congiunte alle dottrine teologiche, era un esporsi a perder la cattedra; dacché non dubbi segni facevan temere dell’animo del principe dimentico degli esempi dell’avo e legato da non più segrete promesse nei colloqui di Gaeta. Ma il Paganini non esitò; e riprendendo in esame un soggetto già discusso nelle dissensioni filosofiche tra il Gioberti e il Rosmini, contro gl’invidi avversari del Rosmini, atteggiatisi a custodi delle tradizioni religiose, dispiegò tale copia di erudizione, da far meravigliare i più dotti teologi. Questo suo scritto, tra le molte memorie da lui pubblicate, è senza dubbio il principale; e di queste polemiche più d’indole religiosa, che filosofica, risentono tutti i suoi trattati, anche i più discosti dalle controversie teologiche. Nei quali, diretti in generale a schiarire qualche parte fondamentale del sistema Rosminiano, tanta è l’acutezza delle osservazioni, che delle ipotesi di scrittori ecclesiastici, onde conforta gli argomenti del suo maestro, talvolta si farebbe volentieri a meno. E ciò si può dire specialmente a riguardo dell’opuscolo sullo Spazio, accolto con favore in Germania, ove la questione dal Leibniz in poi è stata ed è soggetto di controversia e dentro e fuori le diverse scuole filosofiche. Delle varie soluzioni date al problema il Paganini mostra di avere una esatta conoscenza; e la soluzione da lui proposta in rapporto alle sue dottrine metafisiche è molto ingegnosa ed esposta con fino accorgimento, ove pure si prescinda da presupposti accettati al suo tempo dal Rosmini, ma ora non più ammessi nelle scienze esperimentali.

Promosso alla nostra Università per i buoni uffici del Prof. Del Rosso, quando già il Governo Granducale si mostrava disposto a migliori consigli, reputò suo dovere diffondere in tutte le scuole della Toscana gli elementi della filosofia del Rosmini; per quanto non gli fosse nascosta una certa diffidenza che ancora conservavano verso di lui e il suo insegnamento le autorità scolastiche. La sua nomina a Professore universitario era stata fatta come una concessione alla designazione pubblica, ed anche per rispetto a consuetudini allora vigenti: ed egli il sapeva, perché con poca grazia e con minor gentilezza glielo aveva detto in sul viso un microscopico Bolza di quel tempo. Ma fidando unicamente in se stesso, e rivolgendosi direttamente all’animo dei giovani, senza mendicare la protezione dei vescovi, né invocare provvedimenti dalle politiche autorità, in breve tempo ottenne che si abbandonassero le viete compilazioni, così negl’istituti ecclesiastici, come nelle scuole dirette e sorvegliate dal governo. E questo fu il trionfo della dolcezza, che poneva nel comunicare agli altri le sue opinioni, della santità della sua vita, per la quale si conciliava il rispetto e la venerazione di quanti lo avvicinavano; il trionfo del suo costante pensiero (e fu grande benefizio per le scuole della Toscana) di sottrarre le menti dal predominio della rinnovata scolastica.

Venuti i tempi della libertà politica, il Paganini, lieto che si avverassero i sogni della sua gioventù, ma sempre in sospetto per la guerra senza tregua, che si faceva nel campo teologico, alle opinioni del Rosmini, poté parere straniero a’suoi contemporanei, che delle virtù mostrate in tempi difficili, o non si avvedono, o non si curano. D’altra parte, in tempi liberi e omai aperti alla universale cultura il problema filosofico non si poteva presentare, come già si era presentato prima del 1848, in attinenza alle nostre tradizioni storiche e religiose del medio evo. Forti e solitari pensatori anche in Italia avean ripreso la storia del pensiero moderno dall’epoca del Rinascimento, e avean mostrato il cammino percorso dalle altre nazioni nella via della speculazione durante i secoli della nostra servitù politica e intellettuale. Altri con sicura conoscenza delle dottrine recenti trattavano con nuovi criteri questioni di storia e di letteratura, o determinavano il nuovo ufficio della filosofia per rispetto alle scienze storiche e sperimentali. Nella contraria stagione, dal 1849 al 1859, quando i governi con le armi e i loro adepti con le tradizioni pseudo-tomistiche tentavano di soffocare il sentimento nazionale, si eran custoditi gelosamente i germi della nuova vita del pensiero; e questi portavano i loro frutti alle prime aure della libertà politica.

Il Paganini nell’epoca della riconquistata libertà rimase fermo ai principii, che aveva professato e sostenuto negli anni della servitù politica, perché ormai quei principii facevan parte della sua anima. Rispettoso della libera manifestazione del pensiero, ammirava l’ingegno anche in quelle dottrine, che secondo i suoi convincimenti credeva di dover condannare; sapendo come lunga e non piana sia la via, che conduce all’acquisto della verità: solo, gli abborracciamenti, a cui frequente conduce l’irrequieto studio delle novità, lo turbavano, lui così amante della chiarezza e rigido nel dare il suo assentimento. E abituato com’era a insegnare sotto un governo di regime assoluto, secondo dettava dentro il suo giudizio, mal tollerava la pedanteria officiale spadroneggiante senza criteri nelle scuole secondarie. Quindi non farà meraviglia che nutrisse una certa diffidenza verso le nuove tendenze, o perché contrastavano alle sue credenze religiose, o perché non gli parevano ancora così nettamente delineate da meritare l’attenzione e lo studio delle menti abituate alla meditazione. E d’altra parte non reggendogli l’animo d’avventurarsi in quella intricata selva di programmi, d’istruzioni e disposizioni regolamentari, a cui si dava il magnifico nome di ordinamenti scolastici per le scuole secondarie, tanto più si raccolse nelle sue severe contemplazioni, da cui rimaneva soddisfatto il suo intelletto e il suo cuore. Malauguratamente trovò il disinganno e gli ostacoli alla tranquillità della sua anima là, donde si era ripromesso il soccorso e il conforto. Gli ultimi anni della sua vita furono rattristati da due avvenimenti; la espulsione dai seminari ecclesiastici di discepoli a lui carissimi, perché rei di professare le dottrine del Rosmini, e la condanna di certe proposizioni tolte ad arbitrio e senza critica dalle molte opere del filosofo di Rovereto. La ferita giunse gravissima alle sua coscienza dignitosa e netta; ma non disperò: nella maturità degli anni aveva assistito al compiersi della unità della patria, per la quale da giovine aveva combattuto ed era stato vinto; vecchio, la pacificazione degli animi nell’accordo da lui voluto tra la scienza e la religione la contemplò con gli occhi della fede; di quella fede, che lo aveva confortato in tutta la vita e ne consolò gli ultimi istanti. Moriva in Pisa il 6 novembre 1889.

 

Paoli Alessandro

 

Da: Annuario della R. Università di Pisa per l’anno accademico 1889-1890.

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