Bucalossi Pietro

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(San Miniato [PI], 9 agosto 1905 – Milano, 27 dicembre 1992), assistente di Clinica chirurgica e medicina operatoria.

Pietro Bucalossi

Biografia: 

La Milano di Bucalossi

 

Pietro Bucalossi nacque a San Miniato, in provincia di Pisa, il 9 agosto 1905, arrivò a Milano nel 1934. Cancerologo di fama internazionale, Presidente dell’Istituto dei Tumori di Milano, aderì al Partito d’Azione, indi al PSLI di Saragat, consigliere comunale dal 1951 al 1970, deputato dal 1958 si dimise nel febbraio 1964, quando venne nominato Sindaco di Milano. I consiglieri della maggioranza votarono in suo favore, soltanto Cario Mario Cattabeni, anch’egli medico, espresse il suo voto contrario dicendo: “Quell’uomo è capace di tutto…”. Lo stesso Bucalossi, intervistato dal giornalista Cavallari, così si presentava ai milanesi: “Una sola cosa mi piace: litigare”.

Fu un sindaco turbolento ed impulsivo, in polemica con tutto e con tutti, anche col suo partito, annunciò subito una politica di “economie fino all’osso”, inaugurò però la linea 1 una della metropolitana. Il 24 novembre 1964 venne rieletto consigliere comunale, nonostante la grande affermazione personale, i partiti del centro-sinistra erano scesi da 51 seggi a 40, brutale ma veritiero il suo commento mentre faceva roteare in modo nevrotico, l’orologio da taschino appeso alla catenina: “I socialisti – disse alludendo alle migliaia di lavoratori per cui erano state costruite le abitazioni popolari – gli hanno dato casa e loro hanno votato per il Pci” sibilò con il suo profilo pallido, afflato e spettinato che lo faceva assomigliare ad un violinista polacco. Bucalossi focalizzò la sua attenzione sulla riduzione delle spese di rappresentanza, aumentò il prezzo del biglietto del tram da 70 a 100 lire per far fronte al disavanzo dell’Atm. Milano aveva bisogno di denaro, e il Sindaco mandò a Roma i suoi assessori a “batter cassa” dal ministro del Tesoro. Bucalossi, pretendeva maggiore autonomia da Roma: “Milano può e deve fare da sé”. Le autostrade, l’aereoporto di Linate (che a differenza di quello romano di Fiumicino fu realizzato senza alcun contributo da parte dello Stato), il nuovo mercato ortofrutticolo, l’ospedale San Carlo, abitazioni, un ottimo servizio di refezione scolastica, il raddoppiamento delle aree verdi, la realizzazione di parchi attrezzati e grandiosi come il Forlanini.

Bucalossi tagliò altre spese, a parer suo superflue: le spese per i viaggi, le spese di rappresentanza, e varie consulenze. La sua battaglia era contro Roma che voleva ridurre le poche autonomie comunali, contro i partiti spenderecci, inclini ad indulgere ai favoritismi e ai corporativismi, contro i dipendenti comunali spinti a chiedere incongrui livellamenti e facili massimalismi. Quando i dipendenti comunali scioperavano il sindaco era contento perché così il Comune avrebbe risparmiato.

Luigi Meda, suo vice, si rivelò una preziosa spalla: se il Sindaco era impulsivo, iracondo, a volte imprudente, anche se in buona fede, pronto a polemizzare sia con l’opposizione che con i propri alleati di giunta, Meda fu l’opposto: bonario, mediatore, ad ogni contrasto fra uomini e gruppi, possedeva la grande virtù di ridimensionare tutte le questioni col suo buon senso. Il 12 dicembre 1966 Meda morì, e nessuno riuscì più a fermare i “colpi di testa” del Buca, che rimase sempre più solo ed isolato. Paolo Grassi e Giorgio Strehler polemizzarono col Sindaco, reo di avere ridotto i finanziamenti al Piccolo Teatro, “perché il Comune deve dare quattrini a tutti?” ripeteva nelle riunioni di giunta, tambureggiando impaziente le dita sui tavoli, quasi a volere interrompere le lagne degli interlocutori. “Sta scritto nella Costituzione che noi si debba tenere in piedi un circolo, un teatro, un premio?”

Bucalossi abolì la consuetudine di far servire da ditte specializzate private cene nella Sala Alessi per rifocillare i consiglieri comunali quando le sedute si protraevano. Abituato a vivere con un tramezzino e un bicchiere d’acqua sostituì le cene con dei volgarissimi panini. Bucalossi passò da una politica di investimenti ad una di risparmio. Aldo Aniasi, assessore ai Lavori Pubblici, mi ha confidato che Bucalossi “per risparmiare mi vietò di mandare l’ingegnere capo del Comune ad una conferenza sul traffico che si teneva a Stresa, dicendo che sarebbe stato sufficiente acquistare le relazioni”. Non disposto a concessioni coi comunisti il “Buca” pose un argine al troppo potere che i suoi assessori avevano. Litigò con Bassetti, Aniasi e Craxi. Quando nel 1966 nacque il Psu per il Sindaco le cose peggiorarono: abituato a muoversi in un piccolo partito, la nuova formazione gli andava troppo larga. Litigò con Nenni, con Tanassi e con Saragat, nella primavera del 1967 Bettino Craxi, segretario del Psu milanese, gli disse: “Ricordati che un sindaco che non va d’accordo col segretario del suo partito fa poca strada”. Fra Craxi e Bucalossi era polemica continua, il primo voleva una giunta dinamica, impegnata in grandi progetti per una città europea, il sindaco era invece ossessionato dal pareggio del bilancio, pur di farlo quadrare arrivò ad ipotizzare la vendita della Galleria, il salotto dei milanesi, ai privati. Craxi sognava una Milano europea, colta, dinamica, efficiente, fatta di architetti, di intellettuali, di politici moderni, di cineclub, di arte, di imprenditori dinamici, Bucalossi era un uomo dell’800: sempre attento alle cinque lire. Quando il Comune di Milano rese pubblico l’acquisto dell’ex Palazzo Reale dallo Stato, in cambio dell’ex Ospedale Sforzesco e di 500 milioni, Bucalossi tuonò contro “l’ennesimo sperpero dell’amministrazione comunale”.

Roberto Savasta, futuro consigliere liberale, ricorda che Bucalossi era riuscito a farsi odiare a tal punto sia in ospedale che in Comune da far dire: “Come sindaco è un ottimo medico, e come medico è un ottimo sindaco”. Giuseppe Amoroso, figlio dell’assessore Angelo, ricorda che Bucalossi guardava tutti dall’alto in basso, e che non voleva occuparsi di affari di bassa cucina politica: “Tali affari venivano sbrigati per lui dal suo segretario Leo Watcher, che lo stesso Bucalossi soprannominava Leo Vacca”. Gaetano Afeltra ha raccontato: “Uno dei giornalisti più critici nei confronti di Bucalossi fu Ferruccio Lanfranchi del Corriere della Sera quando Lanfranchi, colpito da un grave male alla mascella, andò a farsi ricoverare all’Istituto dei Tumori, Bucalossi lesse il suo nome, si avvicinò al letto e disse: “Da oggi in questo Istituto, lei è un paziente e quindi un amico e sarà da me personalmente seguito”. Alcuni giornalisti inviati a Palazzo Marino, mi hanno raccontato che il Buca era sempre arzillo, a volte alticcio, andava in clinica ed operava, ma operava benissimo. Enrico Rizzi ha ricordato: “Era molto difficile andare d’accordo con lui: meticoloso, pignolo, lunatico. Ogni volta che lo incontravo mi veniva alla mente il detto: meglio un morto in casa che un pisano sull’uscio. Povero Buca, mi sembra di averlo qui davanti, con la sua giacca, con l’orologio con la catenina attaccata al taschino, ogni volta che parlava faceva girare la catenina, terminato il discorso la metteva a posto”. L’orologio è rimasto impresso anche a Paolo Pillitteri il quale mi ha raccontato che nel corso di una riunione dei gruppi socialista e socialdemocratico, il Buca, rivolgendosi a Giorgio Gangi mostrandogli l’orologio disse: “Voi socialisti dovrete mandare giù tanti di questi rospi…”

Alla fine del 1967 Bucalossi, ormai isolato, prese contatto coi vertici nazionali del Pri per candidarsi alle elezioni politiche, e si dimise dalla carica di sindaco. A chi gli raccomandava di non aprire la porta, con le sue dimissioni, a uomini che non avrebbero avuto la sua coscienza e la sua probità rispose: “Non sono certo io l’autore di una crisi, altri hanno predisposto situazioni che non possono permettere di mantenere in vita una parvenza di amministrazione che neppure il calendario dei buoni propositi potrebbe giustificare. Attardarsi su posizioni di stallo costituisce danno per la nostra comunità, un danno peggiore di qualsiasi altra soluzione. L’unico contributo che possa dare alla necessaria evoluzione sono le dimissioni”. Deputato nelle fila del Pri alle politiche del 1968, riconfermato fino al 1979, vice-presidente del gruppo parlamentare del Pri, ministro della Ricerca Scientifica e Tecnologica nel IV governo Rumor, Ministro dei Lavori Pubblici nel IV governo Moro, e vice-presidente della Camera. Ancora consigliere comunale, stavolta nelle fila del Pri. Nel 1980 spintonò il collega Fabio Semenza, litigò con Enrico Duva, segretario cittadino del Pri e giornalista di Panorama. Duva fece pubblicare una foto che ritraeva Bucalossi accanto a Mario Tanassi, ex ministro inquisito per lo scandalo Lockeed. Il “Buca” prese a schiaffi Duva urlando che era un fotomontaggio. Il Buca litigò con La Malfa, in procinto di allearsi coi comunisti per portarli al governo. Verso la fine della legislatura passò col Pli, ma anche qui durò poco, giusto il tempo di litigare con Malagodi. Bucalossi cambiò molti partiti, ma, a differenza dei professionisti della politica attuali, non lo fece mai per opportunismo, ma per ideologia: invece di guadagnare poltrone le perdeva.

Nel 1980 si presentò nella lista civica Il Melone, il cui simbolo era melone con un Duomo stilizzato, il programma era: “Rendere ufficiale lo strumento del dissenso. Non vogliamo essere definiti come un nuovo partito, consideriamo l’arco costituzionale ‘incostituzionale’, ci battiamo contro la lottizzazione e speriamo di far confluire su di noi il consenso di coloro che, nel corso delle ultime elezioni, hanno votato scheda bianca, hanno annullato il voto, o non si sono recati alle urne in segno di protesta”. Fu il candidato più votato della lista ma Il Melone non otterrà il quorum e perciò non rientrò a Palazzo Marino; fra gli altri candidati c’erano Roberto Bernardelli, e un certo Umberto Bossi, che ottenne soltanto 5 voti di preferenza personale. Dopo l’insuccesso del Melone Bucalossi si ritirò dalla politica, verso la metà degli anni ’80 lo vedevo passeggiare in piazza San Babila, più volte cercai di avvicinarlo per farlo parlare dei tempi in cui era sindaco, ma lui, alla Cuccia, mi diceva soltanto: “Buongiorno giovane, buongiorno”. Nel corso della sua ultima intervista dichiarò: “I partiti hanno creato un sistema, i segretari di partito sono sempre più invadenti. La Costituzione non prevedeva nulla di questo. Speravo di riuscire a modificare qualcosa stando dentro, ma ho sperimentato che è impossibile, anche se non ho perduto del tutto la speranza che alla fine si riesca a superare questa situazione…”. Fu l’ultimo esponente della generazione di inizio secolo, si recava dalla sua casa di via Bigli a Palazzo Marino, ma anche da Palazzo Marino all’Istituto dei Tumori, con le proprie gambe, disdegnava macchine, autisti, biciclette e perfino il tram. Bucalossi morì a Milano il 27 dicembre 1992, fu commemorato dal sindaco Borghini a Palazzo Marino, da Montanelli sulle colonne de Il Giornale, e da Umberto Veronesi in un discorso pubblico all’Istituto dei Tumori. Fra pochi giorni ricorrerà il decennale della scomparsa di Bucalossi, Cassandra inascoltata, anticipatore dei tempi, pronto a litigare con tutti per il bene della città, uomo dal carattere difficile, ma ottimo amministratore. Fino ad oggi nessuno ha riconosciuto la sua grandezza e le sue ragioni. Non c’è nulla da stupirsi poiché nella Milano odierna viene attaccato, messo in discussione, e ferocemente criticato colui che, a parer mio, assomiglia molto a Bucalossi: l’attuale sindaco Gabriele Albertini.

 

Massimo Emanuelli

 

Da: http://www.amicigiornaleopinione.191.it/opinione/archivio/121/emma.html (consultata in rete il 10.3.2005).

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