Pellegrini Silvio

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(Livorno, 16 dicembre 1900 – Pisa, 28 novembre 1972), docente di Filologia romanza.

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Biografia: 

Ricordo di Silvio Pellegrini

 

I pochi mesi trascorsi dalla sua scomparsa certo non aiutano, mentre ancora preme la spina acuta del rimpianto, a rievocare in un profilo esauriente e coerente l’uomo e lo studioso. Sono ricordi semplicemente accostati oppure disordinatamente sovrapposti quelli che, nel pieno della loro preziosa abbondanza, si affollano alla mente: arduo quindi il lavoro, già in sé delicatissimo, della loro ricomposizione in un ritratto che voglia essere fedele e rispettoso anche dello stile di una vita svoltasi tutta all’insegna della non-ostentazione.

In tanto imbarazzo, una possibile via d’uscita appare quella di affidarsi anzitutto ai dati biografici fondamentali con la guida, quanto all’interpretazione, del suo stesso commento, recuperabile qua e là nei suoi scritti. Perché ci accorgiamo non senza qualche stupore che questo signore così parco di parole, sempre distaccato e volentieri ironico, spesso malinconico («Malinconia, che dentro di me sei / come una goccia assidua...»), come avvolto, in ragione di tali caratteristiche, in un trasparente, quasi freddo involucro isolante (ma pronto ad incresparsi, sensibilissimo, ed a sciogliersi al calore di una leale amicizia), questo signore, dico, non poco ha detto e scritto di sé.

Era nato a Livorno il 16 dicembre 1900, da padre abruzzese e da madre veneta: «I miei genitori uscivano entrambi da famiglie sradicate dai luoghi d’origine e vissute ora qua ora là per la Penisola; per conto loro essi seguitarono tale vicenda; ed io crebbi senza che in casa sentissi mai un dialetto, se non da estranei, avvezzo a essere dovunque forestiero, catafratto in una sorta d’impermeabilità a qualsiasi influsso locale; i parecchi anni trascorsi da ragazzo in Toscana non mi dettero aspirate né riboboli di Stenterelli, i parecchi trascorsi a Salerno non mi dettero venature meridionali». Ad una regione egli fu attaccatissimo, il Veneto bellunese dei nonni materni e delle sue vacanze, al quale rese molteplici testimonianze d’affetto studiandone quasi senza interruzione la storia, il dialetto nei documenti scritti antichi e moderni, e soprattutto la toponomastica: ma di ciò meglio dirà più avanti G.B. Pellegrini. A Torino ultimò gli studi, frequentandone l’università e trovando in Matteo Bartoli il maestro che «scaldò» la sua mente (e si legga il gustosissimo, affettuoso ricordo che più tardi gli dedicherà: Le bozze di Matteo Bartoli); con lui iniziò un lavoro di collaborazione all’«Archivio Glottologico Italiano», che apre il filone forse più costante dei suoi interessi, quelli linguistici e dialetto logici. Ma già prima, ancora studente, aveva cominciato a partecipare vivacemente alla vita della cultura pubblicando diversi articoli, tra i quali è senz’altro da ricordare quello intitolato Scuola e cultura (su «L’Unità» di Gaetano Salvemini, con ampia postilla di questi: 5 febbraio 1920), per l’impegno e la maturità che egli, appena ventenne, vi dimostra. La Torino di quegli anni era forse, come è noto, il centro culturale italiano più fervido, ed aveva in Lionello Venturi uno dei protagonisti (si pensi al suo ruolo di ispiratore e consigliere della famosa collezione Gualino; la sua cattedra, è stato detto autorevolmente, fu la prima in Italia dalla quale si parlasse d’arte moderna): «... l’elegante, affabile Lionello Venturi, che insieme a Bartoli scoprì alla mia ignoranza orizzonti esaltanti». Non ritengo azzardato definire fondamentale l’influenza esercitata da questo illuminato storico dell’arte sul «gusto» (in senso venturi ano appunto) di Silvio Pellegrini: la sua predilezione per i «primitivi» da una parte e coerentemente dall’altra per gli «impressionisti» è dimostrata a sufficienza e documentata, ad esempio, dalle traduzioni di due opere così lontane nel tempo, la Chanson de Roland e Platero y yo di J.R. Jiménez (e relative prefazioni, così ricche, specie la seconda, di finissimi rilievi su possibili paralleli stilistici con le tecniche artistiche contemporanee); e poiché anche il barocco lo attirava moltissimo, è agevole individuare un comune denominatore «non-classico» nei suoi interessi.

Altrettanto e forse più importante per la sua formazione, il gruppo di amici di cui si circondava, tra i quali Mario Soldati, Mario Bonfantini, Enrico Emanuelli, Franco Antonicelli, Giacomo Ca’ Zorzi (Noventa, che ritrovò poi in Germania: un rapporto d’amicizia particolarmente lungo e costante; da notare che nel dopoguerra Silvio Pellegrini collaborerà alla «Gazzetta del Nord» diretta da Ca’ Zorzi). È questo, con pochi altri illustri nomi, il gruppo de «La libra», la rivistina novarese di breve vita (novembre 1928 - giugno 1930) ma di grande significato, che si presentava dichiaratamente «senza programma», nel rifiuto esplicito delle «dodici tavole della letteratura, e cioè delle leggi bronzee infrangibili dei principi assoluti di verità», paga di proporre soltanto delle «ipotesi» e non dei «modelli», mentre i suoi collaboratori si definivano, per bocca del direttore Bonfantini, dei «pragmatisti» od anche spiritosamente dei «praticoni». Ad essa Silvio Pellegrini inviava da Heidelberg, dove aveva già iniziato il lungo periodo di lettorato (1925-1939) i suoi Quadretti di viaggio; ma non si tratta soltanto di partecipazioni dall’esterno, quanto di adesione convinta al punto di vista del gruppo, se su tale sfondo meglio s’intendono le sue ripetute dichiarazioni di «uomo senza filosofia», come amava autodefinirsi: «In gioventù ho sentito fortemente gl’interessi teoretici, anzi sono stato orgoglioso di avere scelto per la mia attività una materia in cui gli incontri e gli scontri delle correnti metodologiche hanno avuto da un secolo in qua vivacità assai spiccata. Tali interessi però sono andati col tempo affievolendosi, finché mi sono scoperto un semplice empirico ...»; e ancora: «Non ho più gusto per le questioni teoriche, per le tavole della legge». E se, per questa via, è quasi d’obbligo accennare almeno alla sua posizione nei confronti dell’estetica crociana, si può dire che il suo crocianesimo è fatto di sincera e serena ammirazione (soprattutto per il Croce storico); e come non sarà poi suscettibile di violente crisi di rigetto, così lo lascerà sempre libero di occuparsi (e d’incoraggiare altri in tal senso) della storia letteraria della letteratura in tutte le sue forme «effabili», in primo luogo le tecniche del proteiforme artificio, inscindibile dall’attività artistica esiste di lui una breve ma significativa Apologia della retorica).

Intanto aveva scoperto indirettamente il vero maestro, il maestro d’elezione, eccezionalmente completo per acutezza d’intelletto e profondità di cultura unita alla vastità degli interessi, Cesare De Lollis: «... se infatti m’è mancata la fortuna d’esser discepolo diretto del De Lollis, che appena arrivai a conoscere di persona poche settimane innanzi la sua morte, mi permetto però di considerarmi suo erede in quegli studi sulla prima lirica lspano-lusitana ch’egli ereditò a sua volta dal Monaci, che gli furono particolarmente cari». Legato a questo filo d’oro, di cui tiene il capo in Italia nientemeno che Angelo Colocci, viene così in primo piano il campo di studi che caratterizza Silvio Pellegrini come filologo romanzo specializzato in filologia ispano-portoghese. In quest’ambito, che s’incentra sull’antica lirica, egli diventa maestro indiscusso per l’alto livello scientifico cui si elevano le sue edizioni di testi e le sue messe a punto dei vari più importanti problemi, mentre dimostra assoluta padronanza, anche in senso bibliografico, della materia: ancor oggi il suo Repertorio bibliografico della prima lirica portoghese (1939) e i suoi Studi su trove e trovatori della prima lirica ispano-portoghese (1959) sono strumenti indispensabili per chi si cimenti in quel settore. Inoltre estende nel tempo i suoi interessi con le ricerche sul Camoes epico e lirico, che approdano alla ormai classica traduzione de I Lusiadi e alla scelta delle Liriche. Ancora del De Lollis egli non tralascia di cogliere alcuni suggerimenti reperibili in quel Cervantes reazionario di cui con grande amore curò la riedizione insieme ad altri scritti d’ispanistica: i frutti sono lavori di grande originalità ed acutezza, lo studio su El celoso extremeño (ne seguirà la traduzione nella raccolta delle Novelle cervantine in collaborazione con A. Martinengo) e il saggio su L’unità del don Chisciotte. E il suo De Lollis è anche lo sfavillante prosatore dei Reisebilder, certamente non estranei alla concezione dei suoi Quadretti di viaggio in terra tedesca.

Il lungo e proficuo periodo di lettorato ad Heidelberg, durante il quale completa la sua preparazione scientifica e si procura amici carissimi, termina alla vigilia della guerra e praticamente coincide con l’assunzione, in seguito a concorso, della cattedra di filologia romanza nella Facoltà di Lettere pisana, che tenne quasi senza interruzione (tranne una parentesi di due anni nella Facoltà di Lettere di Bologna) fino alla collocazione fuori ruolo, un anno prima della sua morte. Nonostante le cure dell’insegnamento (sono da ricordare anche gli incarichi d’insegnamento da lui tenuti nel Magistero di Firenze prima e poi nella Facoltà di Lingue e di Letterature straniere di Pisa) ed altre pesanti incombenze (è stato preside della sua facoltà per un decennio e membro, in questi ultimi anni, del Consiglio Superiore della P.I.), la sua attività scientifica si va progressivamente intensificando, mentre si fa promotore anche di quella altrui fondando questa rivista (1953), che dirige con grande passione per diciannove numeri. Non rinuncia infatti all’esplorazione di classici terreni di studio del filologo romanzo, come quello provenzale (già affrontato, del resto, con l’edizione dell’anonimo Pianto in morte di Roberto d’Angiò e poi con il fondamentale saggio sulla metafora del vassallaggio d’amore nei trovatori; senza contare i recentissimi contributi su Jaufré Rudel e Marcabru) e italiano, con acute ricerche sui più antichi documenti (molte delle quali comprese nella raccolta Saggi di filologia italiana, 1962). Nel campo dell’antica letteratura francese egli concentra i suoi interessi sul Roland di Oxford, che traduce, si è detto, magistralmente, e sulla grandissima personalità di poeta che in esso si rivela; inoltre procede ad un esame chiarificatore e spregiudicato della storiografia relativa alla disfatta di Roncisvalle e delle testimonianze concernenti la datazione della Canzone che viene a costituire, nella sua essenzialità, un utilissimo profilo della questione rolandiana (esso rappresenta la porzione maggiore del volume Saggi rolandiani e trobadorici, 1964), ed a rispondere, rigoroso contrappunto nella sostanza e nella forma, alla quasi contemporanea monumentale, ma quanto meno frondosa, opera sull’epica del Menéndez Pidal. E numerose altre escursioni od occhiate «fuori della siepe del proprio orto» (com’egli si esprimeva) sarebbe qui doveroso ricordare e che invece tralasciamo, per brevità, rimandando in proposito alla bibliografia.

Silvio Pellegrini praticava il suo «mestiere» di filologo con la passione del dilettante d’eccezione e con l’acribia del più severo professionista: «Mi piace il mio mestiere... intendo quello di filologo. Che poi non mi sarebbe facile definire nei suoi limiti e nei suoi scopi (più che altro si tratta di una forma mentale: l’impegno di capire cosa significhino le parole di un testo: capirle il più possibile, il più a fondo possibile, da quante più parti è possibile)... Rendersi conto preciso ed intero di una parola o d’una frase; fissare i modi di un artista; vedere chiaro nel rapporto fra due scritti; ricostruire un pezzetto di storia, letteraria o altra: questo mi piace». Chi ha ascoltato le sue lezioni lo ricorda instancabile in questa progressiva delibazione del testo, nell’impegno faticoso e appassionante di «spingere l’occhio a guardare dentro e dietro i segni in cui la lingua di un uomo e del suo ambiente si è cifrata». Di tanto travaglio beneficiano le sue impeccabili traduzioni; che non si limitano alle più note: con moltissime altre, di piccoli capolavori romanzi, egli ha collaborato alla bella rivista «Glauco» di Asti (di cui fu condirettore: 1945), la quale si proponeva tra l’altro di «divulgare la letteratura meno nota, soprattutto straniera e specie non contemporanea, senza confini di gusto, di tempo e di paese, in base al saldo convincimento che innumeri tesori, riservati per solito al godimento di iniziati, possono essere cosa viva anche pel gran publico moderno ...». Su «Glauco» cominciano a fiorire le prime «muffe» o «funghi» della memoria, come con simpatica, ironica deminutio egli amava definirli, versi e prose d’arte che attribuì in un primo tempo a Virgilio Nellépis (suo pseudonimo anagrammatico), presentato come un «giovane aidelberghese, spentosi nel ’39... Cresciuto tra spiriti classici, studioso del medioevo romanzo, il Nellépis aveva serbato indipendenza dalle scuole moderne, o si potrebbe dire che delle correnti moderne aveva toccato l’ondate stando sulla spiaggia». Tale sua personale attività di autore egli non giudicava disgiunta da quella di studioso: «ritengo di giovamento al critico l’avere una esperienza diretta del modo in cui nasce una poesia e del modo in cui la si costruisce intorno ad un motivo nato misteriosamente ...», afferma in uno dei suoi ultimi scritti. Si può aggiungere che tra la produzione creativa e quella scientifica di Silvio Pellegrini corrono altri legami non superficiali, anche se non vogliono né devono essere esagerati: ad esempio il gusto per il contributo breve e perfetto e la conseguente insofferenza personale per i lavori di grande mole, che raramente si mantengono senza cedimenti ad un alto livello; e più ancora la ricerca di un linguaggio preciso e inequivoco, perseguito con accanimento in tutte le sue calibratissime prose, d’arte e per così dire di scienza, nella volontà di renderle «terse e trasparenti alla comprensione». Il risultato è una linea tutta sua, la sua cifra. C’è infatti in lui un consapevole e deciso rifiuto dello spessore del linguaggio critico a vantaggio della chiarezza, che va di pari passo con l’esigenza di sfrondamento dei problemi fino all’enucleazione dell’unico centrale e concreto; infine e soprattutto un superiore rispetto del testo, che le conoscenze linguistiche e stilistiche devono riuscire se non a giustificare, a chiarire sempre. Queste mi paiono le linee salienti e costanti del suo magistero e del suo esempio, che non sono mai venuti meno, essendogli stata concessa fino all’ultimo quella lucidità che aveva implorata in certi suoi antichi versi qui posti in epigrafe; ed insieme il desiderio vivissimo, giovane, di lavorare (alcuni suoi articoli sono ancora in corso di stampa).

Grazie al molto che ha dato e che è rimasto, credo di poter affermare, adattando un’espressione da lui spesso ripetuta nei momenti di sconforto, che non «è finito il nostro leale compagnonaggio».

 

Valeria Bertolucci Pizzorusso

 

Da: Studi mediolatini e volgari, vol. 20 (1972), pp. 7-13.

 

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