Colli Giorgio

Stampa questa pagina

(Torino, 16 gennaio 1917 – Firenze, 6 gennaio 1979), docente di Storia della filosofia antica.

Giorgio Colli
Giorgio Colli

Biografia: 

Il 6 gennaio 1979 Giorgio Colli è scomparso. Era nato a Torino il 16 gennaio 1917 ed ivi aveva compiuto gli studi fino alla laurea in Giurisprudenza conseguita nel giugno del ’39 con una tesi sullo sviluppo storico del pensiero politico di Platone, di cui Solari provvide a pubblicare un’ampia parte. Nel ’42, vinto il concorso per l’insegnamento nei licei, si trasferì a Lucca dove insegnò al liceo classico «Machiavelli» fino agli esami autunnali del ’49, con un intervallo dalla primavera del ’44 all’estate del ’45 in cui fu insegnante in un campo di studi per fuoriusciti politici. Nel frattempo egli aveva ottenuto, in seguito alla pubblicazione di «Physis kryptesthai philei. Studi sulla filosofia greca» (’48), la libera docenza che gli permise di entrare come docente incaricato di «Storia della filosofia antica» all’Università di Pisa, dove rimarrà sempre. Dopo Lucca si trasferì a Settignano ad infine a San Domenico di Fiesole presso Firenze.

Già dal ’42 Colli era entrato in contatto con l’editore Einaudi per il quale ha tradotto opere fondamentali: il Platone di Hildebrant, Da Hegel a Nietzsche di Lowith, il volume secondo della Storia della filosofia di Cassirer. Nell’autunno del ’51 Colli intensifica la sua attività iniziando la traduzione dell’Organon di Aristotele terminata alla fine dell’estate del ’54, e immediatamente dopo fa seguire la traduzione della Critica della ragion pura di Kant. Progetti, come si vede, di rilievo quelli del giovane studioso, che ha inoltre già tradotto parte dei Parerga e paralipomena di Schopenhauer; ma egli ne ha pronti di più ambiziosi. La proposta di una traduzione completa delle opere di Nietzsche all’editore Einaudi non viene, in definitiva, accolta; Colli si appresta a collaborare anche con Boringhieri per il quale dirige la squisita e preziosa collana «Enciclopedia degli autori classici». Alle traduzioni che via via viene commissionando (o che fa in proprio: il Simposio) aggiunge, spesso, delle pagine introduttive di sicuro valore letterario oltre che decisive per la lettura del libro in questione. Quando la casa editrice Boringhieri prende un orientamento sempre più specificamente scientifico, Colli rallenta la collaborazione, e si avvicina (siamo nel ’62) a Luciano Foà che proprio allora veniva fondando la sua casa editrice Adelphi. L’amicizia con Foà non verrà mai meno.

Grazie a questo incontro il progetto di una edizione italiana di Nietzsche diviene realtà. Ma diviene nel frattempo realtà un’impresa anche più eccezionale: l’edizione critica in lingua tedesca di quel pensatore. Affiancato nel duplice lavoro da un suo alunno dei tempi del liceo, Mazzino Montinari, Colli ha la soddisfazione di vedere l’autore al quale aveva dedicato il suo primo volume, il Physis, consegnato ad una meditazione che si conviene all’altezza del suo pensiero e liberato, così, da una lettura già pregiudicata.

Nel ’69 Colli, che è stato sempre soprattutto un filosofo, ci dà il suo libro più bello e compiuto: «Filosofia dell’espressione». Lo stile è aforistico, ma la trama del libro è tutt’altro che rapsodica, anzi serrata e compatta, e rivela un tentativo estremamente originale di affrontare il problema della conoscenza e d’intendere la filosofia. Segue nel ’74 «Dopo Nietzsche» che in parte è una ripresa in termini più accessibili dell’opera precedente e in parte il risultato dei lunghi anni di dimestichezza con il suo pensatore, trattato però di là da ogni apologia e indulgenza e con l’intenzione di mostrare in concreto che cosa voglia dire rifarsi a lui. «La nascita della filosofia» è del ’76 e raccoglie in forma sintetica i temi di alcuni suoi corsi universitari.

Infine l’ultima fatica editoriale che prometteva anche di essere la più splendida: «La sapienza greca». Colli è solo questa volta a raccogliere, vagliare, integrare, chiarire e interpretare un materiale enorme, tra l’altro di per sé sfuggente. Ma il lavoro, le riflessioni, i colloqui con i suoi discepoli di molti anni, danno ben presto frutti: nel ’77 il primo volume, dedicato a Dioniso – Apollo – Eleusi – Orfeo – Museo – Iperborei – Enigma, vede la luce. Segue nel ’78 il vol. II che si rivolge a Epimenide – Ferecide – Talete – Anassimandro – Anassimene – Onomacrito. La sua fine improvvisa non ci priva del tutto del IV volume (terzo, ormai, di fatto) dedicato al sapiente di Efeso, che uscirà ancorché incompleto nell’80.

Quest’opera così personale e così intensamente vissuta non potrà più essere continuata perché era, sopra ogni altra, l’opera sua, il culmine della sua comprensione del fenomeno della civiltà greca a cui aveva da sempre, dedicato le sue enormi risorse e capacità. Chi ha seguito i corsi degli ultimi anni (a partire dal ’70-’71) è consapevole dell’entità della perdita subita si può dire senza alcun timore di indulgere a parole di circostanza dalla cultura, e, al tempo stesso, è consolato di aver intravisto le vie che sarebbero state battute.

Come uno dei pensatori che amava di più, Arthur Schopenhauer, egli è scomparso quando i consensi e i riconoscimenti della sua attività venivano facendosi più numerosi e concreti. È scomparso lasciando, come si conviene ad uomini di valore, non ascoltatori, ma discepoli ed amici; e sicuramente a lui è toccata in sorte una esperienza ormai davvero singolare: l’essere circondato da giovani fascinati soltanto dalla sua levatura di pensatore e generosità d’uomo, che cercavano proprio lui, e non aiuti per la carriera (per tutta la sua permanenza nell’Università egli è rimasto infatti semplice incaricato).

Colli ha trasmesso qualcosa di più di un sapere rinvenuto ed elaborato in anni di ricerca e di riflessione ed ha lasciato una eredità ancora più complessa che non una filosofia: egli ha illustrato uno stile di vita nella cultura e fuori della cultura. Lontano sempre da polemiche meschine e professorali anche quando si è fatto di tutto per trascinarvelo, indifferente ai titoli ed agli ambiti riconoscimenti ufficiali, profondamente amico dei suoi discepoli con i quali trascorreva intere giornate, amante delle discussioni ispirate da una sincera ricerca, egli ha fornito l’esempio dell’uomo di vera cultura che va per la sua strada quando la dissennatezza di ciò che lo circonda (pensiamo agli ultimi anni della nostra università e al mondo della cultura in genere) appare irrimediabile. I giovani non gli sono grati soltanto per il prestigioso magistero, ma anche per questa preziosa lezione di vita e di stile.

Voglio ricordare a questo proposito qualche momento significativo. Una volta nell’accompagnarlo alla stazione di Pisa gli chiesi perché avesse frequentato Giurisprudenza e non Filosofia e perché, anche in seguito, non si fosse mai laureato in Filosofia: mi rispose che la filosofia non è una professione e che gli studi che la riguardano vanno coltivati per proprio conto e secondo le proprie esigenze. Un’altra volta disse ad alcuni di noi, allora matricole, che gli studi di filosofia richiedono fermezza e convinzione per poter accettare anche un ingiusto misconoscimento senza provare risentimento verso di essi. Infine ricordo il modo come egli parlava dei maestri che aveva avuto viventi: Gioele Solari con cui si era laureato e Piero Martinetti che visitava nel volontario esilio dopo che il filosofo si era rifiutato di prestare giuramento al regime fascista. Colli pregiava il rapporto personale più dei libri, e ciò che aveva cercato e trovato in Solari e in Martinetti non era erudizione, conoscenza di cose pensate da altri, ma una tradizione viva, una interpretazione importante della filosofia come maniera di vivere e di porsi in relazione alle cose e agli eventi. In seguito egli stesso è stato per molti di noi un maestro in questa dimensione.

Alla indiscussa originalità Colli accoppiava una grande capacità di esprimersi. Chi scrive ricorda – e lo ritiene per ricordo prezioso – di non aver mai sentito da lui banalità, pensieri e frasi scontati, ripetizioni. La sua parola era invece carica di risonanze e suscitava pensieri perché egli rispettava il dire e sempre ricostruiva a sé quanto gli ascoltatori dovevano, a momenti, udire; di qui la sensazione diffusa mentre egli parlava di essere a contatto con qualcosa di sorgivo e di importante, anche quando, per l’immediato, sfuggiva il senso finale del discorso.

Le sue lezioni non erano ricche di citazioni, ma intense della personale meditazione e perciò hanno colto nel segno: i suoi ascoltatori non possono più ripetere, ormai, i luoghi comuni intorno al misticismo o alla razionalità. La prospettiva che egli ha aperto intorno al valore della razionalità, della comunicazione, dell’intuizione, ha un’origine che i facili orecchianti e i sicuri detrattori neppure immaginano. In questo senso i corsi sul Parmenide platonico, su Empedocle, ed i libri «Filosofia dell’espressione», «Dopo Nieztsche» e «La nascita della filosofia» sono ancora da comprendere a fondo.

Negli ultimi anni le lezioni universitarie, la parola viva rivolta ad un uditorio che veniva invitato, stimolato a proporre qualcosa di diverso e di proprio, sono state sicuramente il momento centrale dell’attività di Colli. Nel privilegiarle egli aderiva ad una sua lontana e mai abbandonata convinzione: l’incontro dialettico è la situazione più alta in cui gli uomini possono trovarsi: lo ha mostrato la civiltà greca, ma ancora oggi la filosofia ha da sperare in questa conoscenza fra colloquianti e nel discorso elaborato in comune.

Ora la sua parola si è spenta, a noi spetta di continuare.

Valerio Meattini

Da: Annuario dell’Università degli studi di Pisa per l’anno accademico 1978-1979

Hai bisogno di aiuto? Chiedi in biblioteca