Arias Paolo Enrico

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(Vittoria [RG], 17 luglio 1907 – Pisa, 3 dicembre 1998), docente di Archeologia e storia dell’arte greca e romana.

Paolo Enrico Arias
Paolo Enrico Arias

Biografia: 

Paolo Enrico Arias, da Pisa a Pisa

 

Paolo Enrico Arias ci ha lasciato da pochi anni, dopo una vita lunga e operosa; eppure la sua presenza fra noi, specialmente qui a Pisa, era stata così intensa e discreta che è difficile credere che non possiamo più, come facevamo, ricorrere alla sua esperienza e al suo consiglio; raccontargli di noi, dei nostri studi, noi allievi che pur nelle mille diversità di accento e di interessi di ricerca egli continuava a sentire come un prolungamento di sé, di una scuola che nei suoi anni di insegnamento pisano si era ripromesso di creare, e aveva creato. È in nome di quegli anni e di quegli affetti che la Normale, d’intesa con la Facoltà di Lettere dell’Università di Pisa e col patrocinio dell’Accademia Nazionale dei Lincei, ha voluto organizzare, e organizzare qui, questo momento di riflessione e di memoria.

In questa giornata a lui dedicata, tocca a me parlare per primo, innanzitutto per dare a tutti il benvenuto in Normale e ringraziarvi di essere qui oggi con noi per ricordare una figura e una persona a noi tutti assai cara. In tal modo, poiché il nostro tema è Paolo Enrico Arias e i suoi luoghi, potrebbe parere che, cominciando per mio tramite a parlare di Pisa, si violi la sequenza cronologica, dato che Pisa fu l’ultimo dei luoghi in cui il nostro comune maestro e amico ha esercitato la sua attività. Non è così: infatti Pisa fu anche il luogo dei suoi studi universitari, l’alpha e l’omega della sua vita di studi, ma anche della sua vita privata e dei suoi affetti. Perciò, piuttosto che riservare uno dei luoghi di Paolo Enrico Arias, Pisa, alla fine di questa mattina, alla conclusione della sua parabola biografica, preferisco trattarne invece all’inizio, mettendo insieme, come mi pare giusto, i suoi anni di formazione pisana e i suoi anni di insegnamento alla nostra Università e alla Scuola Normale.

A Pisa Paolo Enrico Arias arrivò da studente, dopo un inizio alla Facoltà di Lettere a Napoli, e a Pisa concluse i suoi studi universitari con il perfezionamento qui alla Scuola Normale nel 1929-30. I corsi di perfezionamento della Scuola erano stati istituiti da poco, dal 1927, ma avevano assunto da subito un carattere tutto speciale, interamente indirizzato alla ricerca e perciò più prossimo a quello di un PhD che ai corsi perfezionamento ‘professionalizzanti’ che alcune università italiane avevano già aperto. In questo senso è stato detto, e giustamente, che quello della Normale fu in Italia l’antesignano di quel ‘dottorato di ricerca’ poi istituito solo nel 1980, e che di fatto deve ancora trovare un suo assetto definitivo e in linea con i migliori esempi di altri Paesi europei. Il perfezionamento di Normale durava allora un solo anno (negli anni sessanta fu portato a due, poi a tre com’è ancora), e l’anno di Arias in Normale fu, come ho detto, il 1929-30. Arias fu quell’anno il solo vincitore del concorso di perfezionamento per la Classe di Lettere e Filosofia (l’anno precedente c’erano stati Delio Cantimori, Aldo Capitini, Marino Gentile); fra gli studenti del corso ordinario che egli ebbe a compagni di Normale, e con cui ebbe rapporti per tutta la vita, ricordo solo Carlo Cordié, Michele Maccarrone, Alessandro Perosa, Carlo Ludovico Ragghianti, Claudio Varese. Insisto sull’ambiente di Normale perché fu qui che Arias maturò il passaggio agli studi archeologici, in particolare con la tesi di perfezionamento su Il teatro greco fuori di Atene, promossa il 13 novembre 1930 con 70 e lode e giudicata degna di pubblicazione; la tesi fu poi pubblicata nel 1934 come uno dei primissimi numeri di quella collana di Studi di Lettere, Storia e Filosofia che la Scuola aveva appena creato con lo scopo precipuo di accogliere le tesi dei suoi perfezionandi.

I suoi inizi erano stati piuttosto nell’ambito della filologia classica, e lasciarono tracce profonde in tutta la sua vita di studi. Al momento del perfezionamento, punti di riferimento del suo lavoro e di una formazione che avrebbe determinato tutte le sue scelte successive furono due grandi maestri dell’Ateneo pisano e della Scuola Normale, Augusto Mancini e Biagio Pace; direttore della Normale era Giovanni Gentile. Del rapporto di Arias con Biagio Pace ci parlerà Giovanni Rizza, e non voglio insistervi in questa sede: è qui evidente come uno dei ‘luoghi’ di Arias, Pisa, si incrociasse subito con un altro, la Sicilia; rievocando nel 1987 il «generoso maestro» di quegli anni pisani, Arias gli riconosceva il debito di aver suscitato in lui «i primi stimoli di una passione durata poi sempre» [Diario di un lungo viaggio, p. 5 ds.].

In un libro del 1976, Quattro archeologi del nostro secolo, Arias traccerà la biografia intellettuale di Paolo Orsi, Biagio Pace, Alessandro Della Seta e Ranuccio Bianchi-Bandinelli. Più ancora oggi di allora, quel libro appare, in retrospettiva, come una forma, pudica e discreta, di indiretta ma eloquente auto-biografia intellettuale. Anche se l’ordine in cui i singoli saggi vi sono disposti non corrisponde a quello in cui Arias li conobbe e ne fu influenzato, furono queste le quattro figure-guida dei suoi Bildungsjahre. In particolare, risulta da quelle pagine il fascino che esercitò sul giovane Arias la figura del successore di Pace sulla cattedra di Pisa, Ranuccio Bianchi-Bandinelli. Arias, che a Pisa gli fu assistente, aveva solo sette anni meno di lui; ma questa distanza esigua non fece che accrescere l’influenza di una personalità forte e marcata come quella di Bianchi Bandinelli, che proprio in quegli anni aveva compiuto (sono parole di Arias) «un forte salto di qualità», inaugurando il suo «periodo crociano o idealistico», ma soprattutto ponendo a se stesso e agli altri nel modo più esplicito la domanda basilare «A che cosa serve l’archeologia?», una domanda che, sottolinea Arias, lega fortemente il Bianchi Bandinelli di quegli anni alla sua più tarda evoluzione verso le categorie di giudizio del marxismo. Uscire per sempre da un’«erudizione priva di luce», è la formula in cui Arias condensa il progetto di Bianchi Bandinelli, con un assenso che, quarant’anni dopo, ancora risente dell’ammirazione profonda del giovanissimo Arias per il giovane Bianchi Bandinelli, di cui lo stupisce e lo attrae l’attitudine «anticonformista» (la definizione è dello stesso Arias).

L’insegnamento di Pace e l’esempio di Bianchi Bandinelli saranno sempre fra le coordinate determinanti della vita e degli studi di Paolo Enrico Arias; ma fra l’uno e l’altro si inserisce l’esperienza della Scuola Archeologica Italiana di Atene, e il magistero di Alessandro Della Seta, da lui sempre ricordato come un evento formativo di insostituibile portata. Nel suo Diario di un lungo viaggio, che Arias ormai ottantenne lesse nella sua città natale, Vittoria, il 26 aprile 1987, egli ricordava con tono commosso il suo primo incontro con Della Seta nel 1931. Da un lato, un ventiquattrenne che «aveva soltanto studiato sui libri, e sognato di arare unicamente il campo della filologia greca senza chiare prospettive, ma con entusiasmi aberranti», dall’altro un riconosciuto e autorevole maestro, che gli schiudeva le porte di una Grecia fino allora distante e sognata. «Il ragazzo - continua Arias -, imbevuto di idee crociane assorbite nell’ambiente della Scuola Normale di Pisa, si trovò di fronte alla realtà di una spietata analisi formale, di netta origine positivistica, che Della Seta spargeva a piene mani nelle dense lezioni davanti agli originali dell’arte greca ovvero davanti alle mura dell’Acropoli». Ma già da subito, dal 1932, il positivismo di Della Seta si scontrava con la nuova prospettiva di Bianchi Bandinelli: per l’uno l’arte greca arcaica era ispirata «dall’unico intento di avvicinarsi alla realtà naturale», per l’altro «elemento conduttore della nuova visione formale» era «il gusto coloristico». Già in uno scritto del 1973, Missione di archeologo [«Nuova Antologia», 2073, 1983, 104 sgg.], Arias aveva messo a contrasto le sue esperienze pisane con lo «choc positivistico» subito alla Scuola di Atene.

 

Venivo da Pisa, dopo aver seguito le lezioni di Matteo Marangoni, di Attilio Momigliano, di Biagio Pace, di Augusto Mancini. Una formazione eterogenea di interessi, che andavano da uno sconfinato amore per Wagner e la sua complicata impostazione scenica, alle letture di Pirandello e di Gide, e che mi avevano fatto affrontare studi antiquari attraverso la via più lunga della filologia; ricordo ancora le lunghe chiacchierate sulle origini della tragedia e sui problemi antropologici, che in quegli anni erano di moda dopo i libri di William Ridgeway, fatte con Augusto Mancini mentre andavamo a prendere il treno lucchese. Piombato da Pisa, permeata di pensiero idealistico e di radicali convinzioni antipositivistiche, da Momigliano a Gentile, ad Atene, in mezzo a colleghi già pieni di consapevole tecnicismo [...] mi ero accorto dell’ignoranza in cui ancora mi aggiravo nella disciplina che sempre più mi attirava.

 

Ecco dunque tracciarsi per sommi capi, dalle sue stesse parole e dalle sue stesse scelte, le linee maestre della formazione del giovane Arias, la cornice entro cui egli si muoverà: da un lato la passione per la letteratura e la civiltà greca, che lo conduce all’archeologia attraverso gli stimoli di Biagio Pace, professore pisano che dedica il meglio dei suoi studi alla Sicilia, patria comune di allievo e maestro; dall’altro, una volta che la Scuola Archeologica di Atene gli ha dato l’impronta e l’emozione indimenticabile di un contatto diretto con la cultura figurativa dei Greci, gli approcci ben differenziati dello studio topografico e archeologico (che tanto spesso dovrà ricorrere nella sua attività nelle Soprintendenze), e dell’analisi formale delle opere d’arte. Infine, due modi opposti di guardare alla storia dell’arte antica: da una parte il positivismo di un Della Seta, dall’altra la lezione crociana di Bianchi Bandinelli. Sullo sfondo, infine, il desiderio (che più tardi, lo vedremo, si farà rimpianto) di saper comunicare i risultati della ricerca specialistica a un più vasto e variegato pubblico colto, di uscire dagli angusti confini di una ‘scienza dell’antichità’ incapace di guardare al presente. Questo desiderio gli fu innescato, l’ho appena detto, prima di tutto da Bianchi Bandinelli; ma non va dimenticato che anche Alessandro Della Seta aveva sviluppato a suo modo un progetto non dissimile, mettendo in cantiere un secondo volume del Nudo nell’arte, che doveva giungere all’arte moderna, e che fu scritto ma non pubblicato a causa delle infami leggi antiebraiche; più d’una volta Arias parlava con doloroso rimpianto di quel libro non pubblicato, di quel manoscritto forse perduto per sempre, in cui uno dei suoi maestri tentava di gettare un ponte fra l’arte classica e la moderna.

 

Fra il giovane Arias di cui ho sinora parlato e l’Arias che torna a Pisa da professore ordinario nel 1961 non c’è solo lo spazio di trent’anni, ci sono soprattutto le esperienze di Ispettore nelle Soprintendenze di Siracusa (dal 1934) e di Roma (dal 1936), di Soprintendente a Reggio Calabria (dal 1939) e poi a Bologna (dal 1946 al 1954); ci sono gli insegnamenti universitari, prima come incaricato a Catania (1939), Messina (1942), Bologna (1946-1954), e infine come ordinario a Catania (1954-1961). Ci sono le esperienze private di quegli anni cruciali, la famiglia, i figli, la guerra, il peso di un cognome ebraico anche se, secondo le leggi razziali italiane egli era ‘in regola’; c’è una produzione scientifica vasta e intensa, di raggio amplissimo, dall’età arcaica alla tarda antichità, dagli scavi agli studi sulla ceramica greca. Aspetti tutti che in questa rapida e lacunosa evocazione non potrò nemmeno sfiorare, perché mio compito è ora passare al secondo periodo pisano di Paolo Enrico Arias, quello che inizia col suo ritorno a Pisa, sulla cattedra che era stata di Biagio Pace e poi di Ranuccio Bianchi Bandinelli. Vi si erano succeduti, in seguito, archeologi di primissimo rango, come Luciano Laurenzi e Giovanni Becatti, e infine Silvio Ferri, predecessore immediato di Arias sulla cattedra pisana.

Non è facile per me, devo confessarlo, parlare di quegli anni, che per me almeno sono ancora questi anni. Non è facile perché, come Arias parlando dei propri maestri parlava di sé, anch’io so che rischierei fatalmente di fare altrettanto; ma senza quel distacco e quella discrezione che furono virtù sue molto più che mie. Perciò piuttosto che tentare la strada di un’obiettiva ‘biografia intellettuale’ dell’Arias di quegli anni, preferisco per questa circostanza correre il rischio di percorrere il sentiero scivoloso dei ricordi, di dire che cosa rappresentò per me l’arrivo di Arias a Pisa, e come venne articolandosi il mio rapporto con lui nel corso degli anni. Quel tanto di autobiografico, di impudico, che potrà esserci in questo discorso sarà compensato, spero, dal valore di testimonianza di un’esperienza, la mia, che può rappresentare bene, credo, l’intero arco del secondo periodo pisano di Arias. Del quale infatti Alessandro Bedini ed io fummo allora i primi allievi sin da quel 1961, e col quale rimasi fino all’ultimo in contatto, in un’amicizia che egli sempre voleva alla pari, e che io sempre sentii diseguale non solo per la differenza di età e di ‘generazione accademica’, ma anche perché in una sola direzione, da me verso di lui, poteva andare (nonostante ogni generoso suo sforzo) la gratitudine. In quello che ora dirò, vorrei dichiararlo subito, non spingerò la mia impudicizia fino a raccontare episodi, aneddoti, discorsi che mi riguardino personalmente. Cercherò piuttosto di scegliere, dalla mia esperienza e dalla mia memoria, quello che giudico più rappresentativo del suo incontro con Pisa, con gli studenti, con l’università e la Normale; quello, insomma, di cui io possa offrire sì una testimonianza di prima mano, ma che non tocca un nucleo più geloso di pensieri e di affetti, che deve restare intangibile e privato.

Per chi studiava archeologia classica a Pisa in quegli anni, punto di riferimento unico era stato fino ad allora Silvio Ferri, ordinario di Archeologia e incaricato di Etruscologia. Era stato lui a orientare la scelta della Facoltà su Paolo Enrico Arias, contro altre candidature, e in particolare quella di Enrico Paribeni, ternato in un concorso ma ancora senza collocazione accademica, e perciò raccomandato da Bianchi Bandinelli. La scelta di Ferri era stata precisa e decisa; eppure è difficile immaginare due personalità, negli studi e nel privato, più distanti l’una dall’altra di quanto lo fossero Ferri ed Arias. L’archeologia e l’etruscologia che imparavamo nei due corsi che Ferri teneva allora in Facoltà (non c’era invece nessun insegnamento archeologico in Normale) era concepita in primo luogo per filologi e storici dell’antichità, e puntava su un approccio assai selettivo e intuitivo, com’era quello di Silvio Ferri. A lui importava trasmettere agli allievi il senso che la cultura figurativa dell’antichità è cruciale per comprendere le civiltà antiche nel loro complesso; darci gli strumenti per ‘leggere’ un’opera d’arte antica, privilegiando un approccio testuale (tipicamente, Plinio e Vitruvio), e semmai iconografico, sull’approccio formale; insistere sulla storia della disciplina, sul suo districarsi dalla tradizione antiquaria per conquistare uno spazio nuovo e più arioso, incentrato sullo spessore documentario delle testimonianze figurate, sempre lette in controluce su grandi problemi storici, per esempio il rapporto fra centro e periferia (che la periferia fosse la Magna Grecia o le province romane sul Reno e sul Danubio). A lui importava comunicarci che le coordinate essenziali del metodo non erano diverse dalla filologia all’archeologia, all’epigrafia, e che chiave di ogni ricerca doveva essere un problema storico, meglio ancora un’ipotesi di lavoro raggiunta e formulata con una di quelle fulminee intuizioni che erano tipiche del suo metodo, e che presupponevano un’intima, assidua frequentazione delle fonti; e che il nostro studio doveva consistere in primo luogo nel metterci in grado, ciascuno nel suo, di vedere i problemi e intuire la direzione delle risposte, e solo in secondo luogo nel mettere a punto le ipotesi di soluzione mediante una ricerca capillare delle fonti e dei monumenti, sempre visti in parallelo, e anzi in un necessario e fecondo intrecciarsi.

Forse proprio per questo approccio tanto personale, tanto irripetibile, basato sulla tensione dialettica fra intuizione e lavoro di verifica, Silvio Ferri fece poca scuola, o meglio ne fece moltissima, ma con gli scritti più che con l’insegnamento diretto. L’arrivo di Arias a Pisa segnò per noi studenti una svolta che più decisa non poteva essere, anzi un vero e proprio choc. Quanto Ferri era intuitivo, tanto Arias era sistematico; quanto Arias insisteva sullo studio delle opere d’arte antica ciascuna nel suo contesto, rispetto alla personalità dell’artista che le aveva create, tanto Ferri puntava sull’analisi delle testimonianze archeologiche in funzione di macro-problemi, come la migrazione dei popoli da Oriente a quelle che egli chiamava le «cinque penisole» del Mediterraneo (l’Anatolia, i Balcani, l’Italia, la somma di Sardegna e Corsica, la penisola iberica). Questa differenza, che per noi studenti di allora fu sconcertante, si esprimeva anche nello stile dell’insegnamento: Ferri non usava diapositive, ma i vecchi (e bellissimi) atlanti della tradizione universitaria tedesca, le fotografie del Brunn-Bruckmann, occasionalmente libri o foto sciolte; Arias subito introdusse nelle nostre aule proiettori e diapositive. Sotto la direzione di Ferri, la biblioteca dell’Istituto non aveva catalogo, e di fatto solo lui sapeva dove trovare i libri, collocati da lui stesso di volta in volta per prossimità tematica (qualche volta, Ferri metteva un libro di esile spessore dentro un altro libro di simile tema); Arias subito ingaggiò assistenti e studenti a risistemare i libri secondo un ordine prestabilito, e a fare di ogni libro, di ogni estratto una scheda. Con Ferri, gli esami si preparavano con brevi e dense ‘dispense’ da lui stesso scritte, e imparando a lezione, sulle fotografie, percorsi mentali che ‘mimavano’ i suoi; Arias impose corposi manuali, grandi album fotografici appositamente approntati in più copie, su cui si doveva assimilare non tanto e non solo un metodo di lettura, ma una vastissima impalcatura di dati. La frequentazione di Ferri ci aveva insegnato le virtù di un’erudizione resa feconda dalla capacità di mettere a fuoco problemi e domande; quella di Arias ci insegnò i vantaggi dell’assimilare conoscenze vastissime, del seguire passo passo lo sviluppo degli studi, del cercare ciascuno la propria strada dopo un duro, paziente apprendistato. Ferri lanciava provocazioni e stimoli, Arias esigeva disciplina e ‘sistema’. Forse per questo, e molti dei presenti ne sono testimonianza, Arias fece scuola a Pisa molto più di Ferri.

‘Fare scuola’ era per Paolo Enrico Arias un’ambizione esplicita, la ragione vera del suo passaggio dalle Soprintendenze all’Università; e per quanto lo avesse già fatto coi suoi insegnamenti precedenti, e in particolare a Catania, fu Pisa il luogo dove egli sentì di aver raggiunto questo scopo. Da subito, da antico ‘pisano’ e normalista, egli volle aggiungere al proprio insegnamento in Facoltà un incarico in Normale, dove mancava ogni insegnamento archeologico, e dove anche la storia dell’arte aveva radici relativamente recenti, con un breve insegnamento di Adriano Prandi e poi l’incarico tenuto a partire dal 1951 da Carlo Ludovico Ragghianti. La Scuola (direttore era allora Giulio Giannelli) rispose al suo appello; e dal 1962 al 1977 Arias insegnò qui Antichità classiche, aprendo un insegnamento del quale quelli tenuti oggi in Normale da Paul Zanker e da me sono gli eredi. Significativa fu, mi pare, la scelta della disciplina, come lo fu quella dei corsi iniziali: la Normale di cui Arias era stato allievo era famosa per la filologia classica, e ancor più lo sarebbe stata subito dopo per il lungo e fecondissimo insegnamento di Giorgio Pasquali, dal 1941 alla morte; non erano ancora cominciati gli insegnamenti di storia antica che di lì a pochi anni avrebbero dato nuovo lustro alla Normale coi nomi di Arnaldo Momigliano, Giovanni Pugliese Carratelli, Giuseppe Nenci. Perciò le ‘antichità classiche’ insegnate da Arias in Normale furono indirizzate prevalentemente a chi studiava filologia classica, e s’incentrarono nei primi anni su Pausania, e cioè su un testo che offriva, è vero, materia di riflessione e di studio filologico, ma la cui lettura ci proiettava verso i monumenti della Grecia, l’eterna questione della natura e delle fonti della Periegesi, della misura in cui le sue descrizioni possono considerarsi l’effetto immediato di visite di Pausania sui luoghi, della sua autopsia.

Se ho dato risalto all’insegnamento in Normale di Arias e al carattere che esso ebbe, non è solo perché in Normale stiamo ora parlando, ma perché quanto egli qui fece, a cominciare dal fatto stesso di tenervi un insegnamento, era meno ovvio di quanto, da professore ordinario, faceva in Facoltà. La stessa scelta di Pausania come tema dei seminari mostrava, per il suo indirizzarsi a un ambiente di studio tanto orientato sulla filologia testuale, quelle chiare ambizioni di ‘proselitismo’, di fare scuola, che mi interessa mettere qui in rilievo. Verso la Grecia dei monumenti, partendo dalla Grecia descritta, dalla letteratura all’archeologia: in questo itinerario che egli immaginava per i suoi primi studenti di Normale non siamo forse autorizzati a vedere la proiezione di quello che a lui stesso era accaduto, quando dalla filologia si era volto all’archeologia? E se è così, come non pensare con commozione, quarant’anni dopo, a quest’uomo di cinquantacinque anni che tornando come professore nella città dei suoi studi universitari voleva che nei suoi studenti si rispecchiasse la sua propria esperienza?

Ma questa volontà di ‘fare scuola’ si esprimeva innanzitutto nel suo insegnamento all’Università di Pisa, subito rigorosamente organizzato con corsi e programmi d’esame estremamente esigenti; nella strutturazione dell’Istituto, a cui egli aggiunse personale non docente e docente, e in cui promosse ricerche, fra le prime in Italia di quel tipo, sull’uso dell’informatica per gli studi sulla ceramica greca; nella Scuola Speciale per archeologi preistorici, classici e medievalisti da lui fondata nel 1966 e diretta per molti anni; nella cura della biblioteca, che in quegli anni conobbe un notevole sviluppo; nell’insistenza su noi allievi perché partecipassimo a convegni ed altre iniziative scientifiche; infine, nell’organizzazione di scavi didattici, in particolare a Sovana in Toscana e a Cavallino in Puglia, e nella spola fra il lavoro all’Istituto di Archeologia, di cui fu direttore, e quello in Normale, di cui fu Vicedirettore per due anni accademici, succedendo in questa funzione a Luigi Radicati di Brozolo nell’anno accademico 1964-65 e rimanendovi fino al novembre 1966, quando vi fu sostituito da Giuseppe Nenci. Pur nella sua schematicità, mancherebbe un elemento essenziale a questo quadro se non vi aggiungessi un particolare, la sua insistenza su noi allievi perché andassimo a trascorrere un periodo in Grecia, alla Scuola Archeologica di Atene. Anche qui è facile riconoscere, dietro la traccia di un’esperienza da raccomandarsi a ogni archeologo classico, la trama della sua propria vita che egli vedeva volentieri, con piena identificazione emotiva, ripetersi nei suoi studenti: Atene come tappa curricolare, ma soprattutto come luogo privilegiato d’incontro con l’arte greca, quasi a sigillare, come per lui era stato, il patto d’una vita.

Scienza e umanità dell’archeologia classica fu il titolo della sua prolusione pisana, tenuta il 29 novembre 1961 nell’aula magna dell’università ma (ed è significativo) pubblicata sugli «Annali della Scuola Normale» di quello stesso anno [pp. 177-187]. In essa, Arias contrapponeva «l’aspetto scientifico dell’archeologia militante», e in particolare l’archeologia di scavo, all’«altro aspetto della nostra disciplina, quello storico-artistico, o, meglio ancora, quello “umano”»; e però significativamente sceglieva, a esemplificarlo, il tema della continuità fra arte micenea e arte greca reso attuale dalle scoperte allora recenti del Ventris e quello della diffusione della ceramica greca nel Mediterraneo, e dei problemi interpretativi che questo solo fatto (per esempio, i numerosissimi rinvenimenti in Etruria) poneva e pone agli archeologi. Due esempi, insomma, che presupponevano entrambi la spola fra fonti e monumenti, fra filologia, archeologia di scavo e storia dell’arte. Il terzo esempio, l’arte di Fidia come summa dell’Atene classica, come «personalità creatrice che raggiunge nel profondo lo spirito di tutti i contemporanei ed i posteri», punta a storicizzare la figura di Fidia imperniandone l’interpretazione sulle sculture partenoniche e intendendo, sulla scorta degli studi di Bernard Schweitzer e di Giovanni Becatti, «che la sua grandezza è nella trasmissione e, direi meglio, trasposizione, dei valori e degli schemi figurativi del cosiddetto stile severo all’età più tormentata e meno equilibrata dell’arte greca, cioè al IV secolo. [...] Fidia intende, precorre, suscita, crea schemi e motivi che troveranno in Prassitele, Scopa e Lisippo elaborazioni diverse e meno organiche». Si sente in queste pagine una salda fede, che ancora in quegli anni sembrava possibile, nei valori universali della cultura greca; ma anche il costante richiamo alla «necessità urgente che la storia dell’arte greca torni ad ancorarsi alle grandi linee della storia greca», e la viva impronta di un’attenzione alla tradizione artistica e alla sequenza delle generazioni di artisti, in cui riconosciamo a distanza l’eredità di Della Seta, ormai fusa con la lezione di Bianchi Bandinelli e piena di echi della scuola tedesca, specialmente del Loewy della Tjpenforschung e dello Schlosser della kiinstlerische Oberlieferung.

Gli studi e le ricerche di quei primi anni pisani furono come sempre di raggio assai vasto e tema assai vario, ma vorrei indicarne alcuni che, per il tema ma più ancora per la tessitura e lo scopo, segnalano il nuovo carattere che Paolo Enrico Arias sentiva di aver dato alla propria vita con l’approdo pisano. Insegnando a Catania, non aveva mai abbandonato la casa bolognese; a Pisa invece venne con la famiglia e coi libri, cercando una stabilità di vita e di ritmi di lavoro che favoriva da un lato, lo abbiamo detto, la formazione di una scuola, e dall’altro la concentrazione su opere d’impegno, che egli prese a intendere come la condensazione della sua esperienza di ricercatore e d’insegnante, e che costruiva pagina su pagina con diligente disciplina interiore. Del 1963 è la Storia della ceramica greca, forse il suo libro più importante; del 1965 è la monografia su Policleto, del 1967 il vasto volume UTET L’arte della Grecia, in parte riarticolato nella Scultura greca del 1969; del 1967 anche la Storia dell’archeologia. Volumi, tutti, intesi come strumenti per l’insegnamento, come libri di consultazione, in parte diretti anche a un pubblico non di soli archeologi, ma sostanzialmente ‘di scuola’, sia perché suggeriti in lettura agli allievi sia perché summa dei suoi punti di vista sulla disciplina, da consegnare nelle mani di quella generazione di studiosi, e delle future. Al desiderio di comunicare interesse per l’arte greca a un pubblico più vasto egli aveva intanto dato corpo coi suoi Mille anni di ceramica greca (Firenze 1960), un libro che, grazie anche alle foto di Max Hirmer e alle traduzioni in varie lingue, contribuì come nessun altro ad attirare sui vasi greci l’attenzione dei non specialisti.

Non è questo il luogo di offrire un quadro degli altri suoi lavori, né una panoramica dei temi dei suoi corsi. Mi resta tuttavia da accennare, prima di concludere, a un altro tema, che almeno per me fu ed è molto importante. Arias era, l’ho detto, un maestro esigente: non solo suggeriva, ma imponeva con fermezza e autorità numerose e spesso ardue letture, indicava percorsi, rendeva chiaro agli allievi che le sue aspettative erano alte. Quello che non ho ancora detto, e che è ancor più importante, è che al tempo stesso sapeva rispettare l’indipendenza intellettuale degli allievi, persino la loro ribellione. Mi spiego con un esempio, una cosa in cui l’ho deluso (ma lo stesso accadde, a me ed altri, più d’una volta). Aveva insistito perché, «almeno una volta nella vita», io mi impegnassi nel paziente esercizio di compilare un catalogo, e come tesi di perfezionamento qui in Normale mi aveva assegnato un gruppo di bronzetti magno-greci. Ci provai per un anno, ma presto nacque un altro progetto, che diventò poi una tesi sull’Afrodite Urania di Fidia, di impianto saggistico, quanto di più diverso da un catalogo si possa immaginare. Non nascose il suo disappunto, ma lesse il mio lavoro e lo approvò pienamente; né mai più mi disse che dovevo scrivere un catalogo. Ho detto di me, e altri potrebbero dir cose simili di sé. Può parere banale; ma erano tempi, quelli, in cui l’autorità del professore sugli allievi agli inizi era spesso assoluta, anzi dispotica; e perciò il rispetto che egli sapeva mostrare per noi allievi mi parve allora, e mi pare ancora, il segno di un animo equilibrato e generoso, di un apprezzamento di fondo per la libertà intellettuale che era assai più forte del geloso senso della propria autorità allora (e forse ancora) tanto diffuso fra i professori. Non si trattava, è importante sottolinearlo, di debolezza di carattere, o di esitazione nell’esercitare l’autorità; al contrario, quello che lo persuadeva, di volta in volta, a lasciare agli allievi le proprie libertà di scelta era il proprio giudizio sulla loro progressiva maturazione scientifica. Perciò era possibile sfidarlo, ma non vincere la sfida: perché quando il suo giudizio finale era positivo, sapevamo che valeva per noi non come una vittoria su di lui, ma come un riconoscimento che da lui ci veniva.

È tempo di concludere. So di non essere riuscito a dare a chi non conosceva Paolo Enrico Arias un’idea nemmeno approssimativa del rapporto che si creava fra noi allievi e lui maestro; forse solo chi lo ha conosciuto personalmente avrà capito fino in fondo quello che intendevo dire. A quella lezione di libertà e di generosità intellettuale io devo molto, e come me molti dei presenti, non solo della mia generazione ma delle seguenti: perché del suo esser maestro fece parte fino alla fine il desiderio di seguire non solo i miei lavori, ma anche quelli dei miei allievi, di cui, mi disse una volta scherzando, si sentiva «Doktorgroßvater». Ma quella lezione che da lui ancora ci viene non sarebbe stata possibile, forse, se non lo avesse accompagnato per tutta la vita un senso, persino troppo acuto, di modestia e di una tensione irrisolta verso mete che sentiva di non aver interamente raggiunte. Lo dirò con le sue parole, quelle che pronunciò nella natia Vittoria nel 1987 , parlando di sé in terza persona:

 

L’archeologo ha la convinzione sincera di non essere stato che un modestissimo ed incerto studioso dell’arte classica senza obiettivi unitari e chiari; ed ha tantissimi rimorsi. Per esempio di non aver realizzato niente di concreto per la società in cui è vissuto, di aver affrontato studi chiusi e forse inutili, di aver avuto ambizioni non realizzate. L’unica fede che crede di aver posseduto è quella largamente coltivata negli anni della maturità, della grandezza della cultura greca al di là dei secoli.

 

Si rivolgeva poi ai suoi concittadini che avevano deciso di onorarlo, si rallegrava di essere tornato a Vittoria dopo una «vita errabonda»; e finiva citando i versi di T.S. Eliot:

 

Echeggiano passi nella memoria / lungo l’andito che non prendemmo / verso la porta che non aprimmo mai... / Ciò che poteva essere e ciò ch’è stato / tendono ad un unico fine, che è sempre presente.

 

In quel discorso scritto e pronunciato sulla soglia dell’ottantesimo compleanno, quest’uomo parlava dei suoi progetti di ragazzo (che con distaccata autoironia definiva «sogni») come di cosa ancora attuale; si doleva di non averli attuati tutti, e ancora si riprometteva di lavorarci. In questa Pisa, in questa Normale che fu non il solo suo ‘luogo’, non la sola sua città, ma certo una delle più care, voglio ricordarlo così, capace di ‘sognare’ a ottant’anni, e lo sarà fino alla morte; convinto fino in fondo di aver fatto sempre troppo poco, schivo e discreto negli affetti al punto che nessuno, credo, può aver osato cercare di convincerlo del contrario.

 

Salvatore Settis

 

Da: Parra, Maria Cecilia (a cura di), Paolo Enrico Arias ed i suoi luoghi. Pisa, Scuola normale superiore, 2004.

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