Mossotti Ottaviano Fabrizio

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(Novara, 18 aprile 1791 – Pisa, 20 marzo 1863), docente di Fisica matematica.

Ottaviano Fabrizio Mossotti
Ottaviano Fabrizio Mossotti
Ottaviano Fabrizio Mossotti, monumento funebre nel Camposanto monumentale di Pisa
Ottaviano Fabrizio Mossotti
Ottaviano Fabrizio Mossotti 1948, diritto
Ottaviano Fabrizio Mossotti 1948, diritto
Ottaviano Fabrizio Mossotti 1948, diritto

Biografia: 

Nel 1° centenario della morte di Ottaviano Fabrizio Mossotti

 

Il 20 marzo 1963 ricorreva il centenario della morte in Pisa del nostro insigne novarese Ottaviano Fabrizio Mossotti. Un numeroso gruppo di allievi ed ex-allievi dell’Istituto tecnico “Mossoti” si portava a Pisa il 31 marzo c.a. per rendere omaggio alla tomba del grande educatore novarese, che illustrò coll’opera sua di combattente e di studioso la nostra città.

Siamo lieti di pubblicare una rievocazione del Mossotti, da parte di un altro eminente studioso novarese, che onora Novara nel campo degli studi scientifici, il professor Cesare Codegone.

Egli è ordinario di fisica tecnica e direttore dell’Istituto omonimo al Politecnico di Torino dal 1900, socio dell’Accademia delle scienze di Torino, pro rettore del Politecnico dal 1955, direttore del Corso di ingegneria nucleare nella stessa città. Nessuno quindi meglio di lui poteva e per competenza specifica e per concittadinanza ricordare degnamente il nostro Mossotti.

 

Le ricorrenze di date relative ad avvenimenti storici ripropongono la considerazione di quegli avvenimenti, ravvivano lo studio intorno ad essi, danno occasione a rivalutarne episodi e situazioni, a riesaminare scritti e documenti che li riguardano, e talvolta di questi scritti a ritrovarne di ignorati e significativi.

È da sperare che anche il 1°centenario della morte di Ottaviano Fabrizio Mossotti, avvenuta in Pisa il 20 marzo 1863, fra uno straordinario e generale compianto, produca l’effetto di ravvivare gli studi intorno alla sua persona e alla sua opera, mostrando quanto di quell’opera è ancor vivo nella scienza moderna; incoraggiando il completamento della monumentale pubblicazione dei suoi scritti, mettendo ancor una volta in rilievo i suoi meriti di patriota e di scienziato, quei meriti che fanno del grande novarese una figura spiccata e limpida del nostro Risorgimento politico e culturale.

E non ultimo effetto della celebrazione di un docente universitario di così alta fama potrà forse anche essere quello di promuovere in Novara, sua amatissima patria e città di antiche tradizioni di alta cultura, la riapertura dei corsi universitari che in essa fiorirono per secoli.

Questo scritto vuol essere il contributo di un concittadino del Mossotti alla commemorazione dell’indicato centenario, di un concittadino che ha appreso fin dall’adolescenza a pronunciare quel nome con rispetto e con ammirazione, che di quel grande ha ritrovato più volte l’impronta geniale nel corso dei suoi studi, che di Lui a suo tempo ha salutato con gioia l’avviata ristampa delle opere1.

 

Il ’700 declinava quando nacque il Mossotti.

Era il 18 aprile 1791 e da quasi due anni la presa della Bastiglia, con gli avvenimenti che l’accompagnarono, aveva messo il mondo a rumore, aperto una nuova epoca, mutato spiriti e costumi, posto di fronte, come più tardi canterà il Poeta del 5 maggio:

«…due secoli,

l’un contro l’altro armato,...».

Non che nel secolo declinante, e specialmente nei movimenti filosofici che in esso si eran sviluppati, non si ritrovassero le premesse del nuovo, ma proprio in quegli anni tali premesse avevan condotto al punto critico, alla rottura, al sommovimento aperto e quasi incontrastato.

L’esecuzione di Luigi XVI, avvenuta il 21 gennaio 1793, parve un sigillo di sangue posto su di un’epoca tramontata per sempre.

Un’atmosfera ardente di passioni politiche accolse quindi il nostro fin dai periodi dell’infanzia e dell’adolescenza, e lasciò un ricordo incancellabile nel suo animo retto, nel suo cuore aperto agli ideali più puri e più alti.

Fra i due secoli egli, per ragionata convinzione, sarà per il nuovo, ma deplorandone gli eccessi e facendo, nella scelta, totale sacrificio di sé.

Poco sappiamo del padre, l’Ingegnere Giovanni, oriundo da Carpignano Sesia, che gli lascerà, con la predilezione per le astrazioni matematiche, l’interesse per i problemi tecnici; e così pure poco sappiamo della Madre, Rosa Gola, da cui dovette derivare la delicatezza dei sentimenti. Entrambi, ahimè, troppo presto furono strappati all’affetto del figlio.

La tristezza di quei distacchi, unita nel seguito a quella degli anni dei lunghi esilii e di altra sventura famigliare, stenderà sul volto pensoso dell’uomo maturo, come ci mostrano i ritratti che di lui conosciamo, un velo di virile tristezza.

L’infante apre gli occhi alla luce in una Novara non poco diversa da quella di oggi.

La città contava allora all’incirca diecimila abitanti ed essendo in posizione elevata, dominante una fertilissima piana, aspramente contesa da secoli, aveva assunto l’aspetto di una fortezza sempre pronta alla difesa.

Essa era tutta racchiusa, con la sua pianta a pentagono irregolare, dagli ottusi e minacciosi salienti, entro i rossi massicci bastioni spagnoli, non ancora alberati, ed era cinta da un profondo fossato in cui pigramente scorreva un rivolo d’acqua.

Di là dal fossato, ed a perdita d’occhio, si scorgeva il verde ubertoso e lucente dei campi e dei prati, rigato da rogge e canali e solo interrotto, fuori delle porte, da rustici indifesi sobborghi, che parean branchi di pecore in cerca di ovile.

Al tramonto le scolte chiudevano le porte ferrate e alzavano i ponti levatoi e la quiete più profonda regnava nelle vie deserte e buie.

All’alba i ponti venivan calati e si riaprivano le porte, poste ai quattro punti cardinali e distinte, opportunamente, da nomi che indicavano le direzioni verso Milano o Torino, verso Genova o il Sempione.

Le strade, un migliaio di passi ciascuna, che all’interno, su tracce antichissime intersecanti il quadrato romano, congiungevano le porte opposte e dividevan la città in asimmetrici quartieri, si animavano allora a poco a poco.

Entravano i contadini, guidando i carretti carichi di derrate, pagavano le gabelle e si affrettavano verso la piazzetta delle Erbe e la piazza del Duomo, che di lì a poco avrebbero formicolato di compratori fra un lungo e generale brusio.

Intorno chiese maestose, bei palazzi pubblici e privati, contrade limitate da snelli porticati e fitte di fondaci e di botteghe in cui fervevano e fiorivano rinomate attività artigiane e commerciali, testimoni tutti di una fede sincera, di un gusto raffinato, di una laboriosa e ordinata prosperità, di una illuminata munificenza, di una animosa fedeltà alle patrie libere istituzioni.

Al suono dei corni dei postiglioni passavano le pesanti corriere a cavalli, che facevan capo all’Albergo della Posta (verso Porta Milano), per le direzioni Est e Sud, ed a quello delle 4 Nazioni {verso Porta Torino), per le altre.

Da pochi anni, presso la cinquecentesca basilica gaudenziana la acuta ed elegante guglia di Benedetto Alfieri si drizzava nel cielo e dominando la città pareva salutar di lontano la torre della meridiana di palazzo Natta, la loggia del Broletto, il tozzo campanile e le due torricelle del millenario Duomo con le croci del vicino cimitero, prossime al Castello diruto, e tutt’attorno ammirare stupita, nelle limpide giornate di sole, al di là dalla verde pianura, il grande arco delle Alpi nevose.

 

In questo quadro festoso par di vedere il piccolo Ottaviano, forse ancora con i lindi e leziosi abiti del ‘700 e coi libri stretti al petto, correre alla piazzetta delle Erbe e varcare la soglia della Casa Cannobia per apprendervi i rudimenti della grammatica latina.

Ma dopo mezzo secolo di relativa tranquillità, che anni difficili proprio allora incombevano sulla città e su quelle povere scuole! Anni che trascorrevano fra tumulti e caroselli di armati dalle uniformi e dai linguaggi più strani, al giungere di notizie le più eccitanti e contrastanti, fra alterne e rapide vicende.

Entrano il 6 dicembre del ’98 e con l’inganno, i francesi e in piazza del Duomo si innalza l’albero della libertà e si proclama la repubblica.

Passano pochi mesi ed il 3 maggio del ’99 ecco arrivare da Porta Milano gli austro-russi ed il 20 i cosacchi del Souvaroff; un anno dopo, il 30 maggio 1800, giunge dal Gran S. Bernardo il Primo Console e cavalca a grande onore, fra due fitte ali di popolo, da Porta Torino al Palazzo Bèllini, dalla ancor rustica facciata.

E la cavalcata dell’arbitro dei destini d’Europa, con le sue guardie consolari, si ripete il 18 giugno, dopo Marengo.

Spettacoli questi che rimangono bene impressi nella mente dei giovani.

Il 28 ottobre del 1800 Novara è aggregata alla Repubblica Cisalpina; il 26 gennaio 1802 alla Repubblica Italiana.

Il nuovo nome è auspicio di indipendenza e di unità, il sogno cioè di tanti patrioti.

Novara torna quindi alla Lombardia dopo 62 anni di regno sardo e vi torna per soli 15 anni; sono però proprio anni della formazione culturale e civica del Mossotti.

Approfittando di tale unione e forse per consentire al precoce giovanetto di avanzar negli studi in un ambiente tranquillo i parenti che ne hanno cura lo inviano per alcuni anni in un collegio di Monza.

Nel frattempo con i mutamenti politici maturano anche riforme scolastiche.

 

Le costituzioni sabaude del 1772 avevano accentrato funzioni direttive e ispettive, ma poco mutato dei secolari ordinamenti delle cosiddette scuole di latinità, scuole che insieme a corsi universitari di diritto e di medicina la munifica e provvida fondazione dell’abate Amico Cannobio aveva perfezionato e reso stabili in Novara fin dagli inizi del ‘600.

Eran scuole invero destinate soltanto a educare le esigue schiere di giovani avviati all’esercizio delle professioni liberali, ma nel ‘600 né si faceva né forse si poteva fare di più.

Nel 1798, e più organicamente nel 1800 e nel 1802, con l’istituzione di scuole nazionali repubblicane, si attuano notevoli riforme didattiche.

Nei tre corsi di latinità superiore, detti rispettivamente di grammatica, di umanità e di rettorica, che il nostro, superato il triennio inferiore, frequentò fra i dodici ed i quindici anni, si introducono gli insegnamenti della grammatica italiana, della storia e della geografia, intesi, è a credere, quali discipline autonome, da esporre sistematicamente.

Il corso di rettorica è dal Mossotti seguito a Novara nelle nuove scuole nazionali che, superate varie difficoltà amministrative, soltanto nel 1805 sono trasferite dalla Casa Cannobia al Convento di Santa Margherita (attuale sede del ginnasio liceo).

Ritroviamo infatti il nome del nostro fra quelli degli allievi più distinti del corso suddetto, tenuto dall’abate Nova, e precisamente lo ritroviamo nell’elenco dei premiati in una delle prime solenni cerimonie indette con l’incoraggiamento del nuovo regime, il Regno Italico, sorto il 17 marzo 1805.

Terminati i corsi di latinità il giovane Mossotti dovette iscriversi al Liceo dipartimentale di Novara, retto dal Canonico Ignazio Prina, cugino del ministro.

Il liceo dipartimentale era un istituto complesso, creato nel 1802, in luogo del biennio di filosofia, nelle città più o importanti, ma non sedi di Università degli Studi. In tale Liceo si dovevano insegnare le «istituzioni delle scienze, delle lettere e delle arti», vale a dire si impartivano gruppi di insegnamenti, aventi validità di corsi universitari e riguardanti argomenti di studio differenti, secondo le Facoltà alle quali essi consentivano di accedere.

Nel frattempo maturava un’altra riforma, quella napoleonica del marzo 1807, che istituiva un liceo biennale.

Novara, per merito del ministro Prina, fu tra le poche città del Regno a fruire del liceo-convitto, istituto che dopo molte vicissitudini e mutamenti, ancora sussiste, e nella stessa sede di allora2.

Il 18 agosto 1808, in una pubblica cerimonia, la prima del nuovo liceo, tenuta alla presenza del ministro della pubblica istruzione Luigi Rossi e delle locali autorità, il giovane Ottaviano Fabrizio Mossotti riceve il primo premio in lettere, filosofia e matematica.

Luminosa aurora di una giornata splendida per opere egregie, per segnalati esempi di civiche virtù!

Fu allievo il nostro di valenti insegnanti: di Antonio Bellini per le lettere, di Giuseppe Galvagna per la fisica, compresa allora nella filosofia e detta appunto filosofia naturale, e ancora dell’oriundo spagnolo Sublas per la matematica.

Dagli studi letterari compiuti nella città natale trasse egli l’eleganza dello stile che fa dei suoi scritti un modello di lingua; dagli studi scientifici quella padronanza di nozioni e di mezzi matematici fondamentali che si riscontra nei suoi sviluppi di calcolo sublime.

 

Novara ospitava da secoli, e con onore, vari corsi universitari, equivalenti in quel tempo rispettivamente al primo triennio di medicina, nonché al primo anno sia di legge sia di scienze e ad un anno di pratica per la geometria e topografia ed il disegno architettonico dei corsi per ingegneri.

E continuerà ad ospitarli fino al 1860.

Non era però sede di una completa Università degli Studi.

Lo fu solo dopo i moti del ’21 e fino al 1823, in seguito alla chiusura delle Università di Torino e di Genova, e ancora, dopo i fatti di Francia, dal 1830 al 1832 fu sede di una Facoltà di Medicina e dal 1830 al 1846, per ben 16 anni, di una Facoltà di Giurisprudenza.

Nel 1808 la città è unita al Regno d’Italia, quindi alla Lombardia.

È naturale pertanto che il giovane Mossotti si iscriva alla Università di Pavia, come pure che si iscriva alla Facoltà di Scienze fisiche e matematiche, al secondo anno della quale indirizzavano le discipline scelte a Novara nell’ultimo anno del Liceo napoleonico.

A 17 anni il nostro parte dunque per Pavia, probabilmente beneficiando della fondazione Caccia.

Insegnano in quel celebre archiginnasio, il cui edificio centrale poco è mutato da allora, Alessandro Volta la fisica, Vincenzo Brunacci la matematica, Vincenzo Brugnatelli la chimica.

E del Brunacci, che si occupa anche di idrometria e di geodesia, il nostro è allievo prediletto, allievo che si accosta con interesse vivissimo e con eccezionale profitto alle geniali opere di Galileo e di Newton, di Eulero e dei Bernoulli, e in particolare dell’ancor vivente Lagrange, che da poco aveva lasciato di insegnare nella celebre «Ecole Polytechnique» di Parigi, vivaio di scienziati e tecnici di primissimo piano.

Lagrange è l’autore preferito, di poi le tante volte citato, e citato con parole di grande, talora entusiastica, ammirazione.

Con una conoscenza approfondita di tali classici, ancor oggi ardua, non è da stupire che egli, al termine di un triennio di studi, e cioè nel 1811, a soli 20 anni, consegua, con lode, la laurea in matematica e fisica.

Nemmeno è da stupire che subito lo si chiami a collaborare nell’Istituto di Matematica e che presto cominci a pubblicare lavori che denotano una non comune attitudine a compiere ricerche di carattere teorico.

 

Dopo soli due anni dalla laurea, all’apparire del suo primo lavoro sulla teoria dell’ariete idraulico, problema tecnico al quale egli applica l’alta analisi, lo stesso Brunacci, preso da ammirazione, così esclama: «Egli due anni or sono qui sedeva scolaro, e a lui non disdirebbe oggi sedervi maestro».

Ai valenti matematici era aperta, allora come ora, la carriera, piena        di promesse, degli osservatori astronomici.

Volentieri accetta il nostro nel 1813 la chiamata a Milano, all’osservatorio di Brera, uno dei migliori d’Europa, retto da Barnaba Oriani, il calcolatore dell’orbita del pianeta Uranio.

Per la metropoli lombarda erano anni di straordinario fervore, tale veramente da entusiasmare giovani d’ingegno, desiderosi di affermarsi.

Fiorivano le lettere e le scienze col concorso di uomini, per dir solo dei sommi, quali il Manzoni, il Volta, il Romagnosi.

Delle opere pubbliche così parla Cesare Balbo: «In pochi anni si finisce il duomo di Milano e il naviglio di Pavia, si aprono le grandi strade della riviera ligure, del Moncenisio e del Sempione, la quale ultima da Losanna traverso le Alpi giunge a Milano all’arco della Pace». Ma l’astro napoleonico presto tramonta fra il tuonare di gigantesche battaglie.

Ecco la fine straziante del Prina, cui tanto doveva Novara, e che desta nei concittadini e certo anche nel nostro un fremito di orrore e di indignazione.

Torna nel ’14 Milano all’Austria, Novara al Piemonte.

Tutto sembra tornar come prima, anzi peggio di prima, poiché si tenta di soffocare nei popoli ogni anelito di libertà.

Il nostro si mette accanitamente al lavoro, dedicandosi alla notturna osservazione del cielo ed alla soluzione di difficili problemi relativi alla determinazione delle orbite e delle dimensioni dei corpi celesti, e in particolare del sole.

Ad essi dedica una decina di lavori, non pochi dei quali sono subito tradotti o ampiamente recensiti su riviste straniere.

Il primo anzi di essi, del 1816, è riassunto sul periodico scientifico di Gottinga dallo stesso grande astronomo Gauss, cui non era sfuggita l’importanza dello scritto del giovane studioso italiano.

Nello stesso anno, nelle Memorie della Società Italiana delle Scienze, sodalizio illustre e tanto benemerito per aver sempre unito l’ardore patriottico all’indagine scientifica, esce un lavoro del Mossotti su un complicato caso di efflusso di un aeriforme da un recipiente di capacità finita.

Da ciò appare non soltanto che il nostro non cessa di coltivare, probabilmente per il costante incoraggiamento del Brunacci, gli studi di dinamica dei fluidi, ma altresì che egli si è ormai inserito nel vasto movimento degli scienziati italiani, che dal Volta all’Avogadro, dal Plana al Venturi all’Amici teneva alto nel mondo il nome d’Italia.

Ma ciò non basta al suo fervore giovanile.

Il 25 marzo 1819, appare sul n. 59 di un bisettimanale di Milano, intitolato « Il Conciliatore », la recensione di un volume di argomento astronomico che porta in luogo della firma l’iniziale M., ciò che mostra trattarsi di un redattore ordinario.

È appunto uno scritto del nostro, che dà così inizio alla collaborazione col celebre periodico del Porro e del Confalonieri, del Pellico e del Romagnosi.

 

Egli è dunque entrato, con ferma e generosa determinazione, in un movimento di cui non può ignorare i pericoli.

Il «Conciliatore» è infatti soppresso dopo soli 15 mesi dalla prima pubblicazione.

Che se la fama scientifica di cui già gode in astronomia e che a soli 34 anni lo farà ascrivere alla Società dei XL, e un magistrale lavoro di idraulica («Sul moto dell’acqua nei canali») nonché misure effettuate sul canale di Pavia, che lo mostrano intento a risolvere teoricamente e praticamente problemi legati alla prosperità della Lombardia, e, forse più ancora, il non essere egli iscritto a Società segrete, lo salvano dalla spietata reazione che segue i moti del ’21, non si tratterà che di un rinvio.

Nel 1825, l’anno della stampa dei «Promessi Sposi» (opera, al dire del Giusti, «d’un di quei capi un po’ pericolosi»), il suo nome è ritrovato dalla polizia in un elenco di patrioti sequestrato all’Andryane e tanto basta per farlo citare e incriminare.

Egli previene l’arresto e il processo, che invierà altri allo Spielberg, e non convenendo tornare a Novara, ove veglia un’altra sospettosa pulizia, sceglie la via dell’esilio.

Addio patria, parenti, amici, ambienti cari di vita e di lavoro, addio speranze di un laborioso e tranquillo avvenire.

Munito di lettere dell’abate Oriani si reca dunque prima a Ginevra, poi a Rogoreto, nel cantone dei Grigioni, presso i fratelli Ciani, indi a Londra, dove già sono giunti tanti altri esuli italiani.

Ma col passare del tempo e l’esaurirsi delle risorse occorre trovare una decorosa occupazione, ed egli la trova eseguendo lavori di astronomia per l’Ammiragliato inglese, ed anzi conseguendo in breve tale apprezzamento in quegli ambienti da essere nel 1826 iscritto, quale membro straniero, nella Società astronomica britannica, onore questo, allora come oggi, ben raramente concesso.

Offertagli nel 1827 una cattedra all’Università di Buenos Ayres, vi si reca nel 1828, dopo un lungo e disagevole viaggio per mare su una nave a vela.

Dell’attività in Argentina restano i rendiconti di osservazioni astronomiche sulla cometa di Encke e sul pianeta Mercurio pubblicate negli Atti dell’anzidetta Società di Londra negli anni 1834 e 1835, nonché di indagini meteorologiche, le prime di carattere sistematico effettuate in tali regioni, che permisero ad una Commissione nominata dall’Accademia delle Scienze di Parigi di trarre importanti deduzioni comparative su quei climi.

I risultati di questi ultimi lavori, raccolti dal Governo Argentino in volumi di dati statistici, sono stati sommariamente ricordati dallo stesso Mossotti in uno dei suoi trattati e sono stati recentemente illustrati dal dott. P. L Carafa in una pubblicazione commemorativa del nostro edita in lingua spagnuola, a La Plata, nel 1939.

 

Nel 1834 l’offerta di una cattedra presso l’Università di Bologna induce il Mossotti a lasciare la Repubblica Argentina, indipendente da pochi decenni e ancora funestata da lotte civili.

Egli torna dunque in Italia nel 1835 dopo circa 10 anni di esilio, ma lo accoglie una dolorosa sorpresa.

Ostacoli insormontabili all’occupazione della cattedra sono frapposti dall’Austria, che, nonostante le reiterate proteste di Roma, dal 1832 tiene nella stessa Bologna (e terrà fino al 1838) una guarnigione militare, guarnigione che le consente di esercitarvi un appena dissimulato dominio.

Rimane pertanto il Carlo Alberto, e rivede la città natale, alquanto mutata in quel decennio.

Non più porte ferrate e ponti levatoi!

Dinnanzi alle porte i fossati sono stati colmati fin dal 1830.

La città vuole espandersi e toglie gli impacci a tale espansione. Sta sorgendo l’Istituto Bellini, mirabile fondazione scolastica precorritrice di nuovi tempi, ed è pure in via di compimento il foro frumentario, decorosa architettura dell’Orelli.

Fiorisce la Facoltà universitaria di Giurisprudenza mentre, in una calma apparente, fermentano negli animi le idee nuove.

L’astronomo Plana, l’allievo di Lagrange all’Ecole Polytechnique, il teorico dei moti lunari, che molto stima il Mossotti, lo chiama a Torino. Qui nel 1836, il nostro pubblica in lingua francese, dedicandola al Plana stesso, un’ampia monografia sulle forze molecolari, che è subito tradotta in tedesco e in inglese, e presentata dallo stesso Faraday alla Società Reale di Londra. Il lavoro, notevolissimo per quei tempi, è oggi superato a motivo del mutamento nelle ipotesi sulla struttura molecolare.

Nel 1837 il nostro pubblica pure un lavoro sulla legge delle tensioni del vapore acqueo, che costituisce un progresso negli studi termodinamici del tempo.

In tale anno con altri dotti, fra i quali il Romagnosi, impedito peraltro di accettare dalla polizia austriaca, il Mossotti è chiamato ad insegnare presso la Università Jonia a Corfù. Singolare istituzione codesta Università, appoggiata dall’Inghilterra, e sorta con l’intento di farne un libero centro internazionale di alti studi, atto ad accogliere ed educare giovani provenienti da tutto il bacino del Mediterraneo.

 

A Corfù la maggior parte dei docenti delle varie facoltà è italiana ed italiana è la lingua nella quale gli insegnamenti sono impartiti, riconoscimento ben significativo, questo, dell’importanza internazionalmente attribuita alla nostra cultura.

È del primo di ottobre 1839 la bella prolusione ai corsi tenuta dallo stesso Mossotti alla cerimonia dell’inaugurazione dell’anno accademico, prolusione che fu anch’essa tradotta e pubblicata in Inghilterra e in Germania.

Vi si espone in forma piana ed elegante una nuova, ipotesi sulla costituzione dell’Universo e sul moto in esso del sistema solare.

Nel chiudere il suo dire egli, esortando i giovani all’ideale al quale aveva ispirato la sua stessa vita, così si esprime: «L’uomo non è che un punto rispetto alla grandezza del globo che abita; il globo terrestre non è che un punto nel sistema planetario; il sistema planetario stesso non è che un punto nel sistema stellare: eppure, l’uomo, questo punto in punti, abbraccia col suo pensiero tutto l’Universo, esamina la distribuzione de’ corpi che vi sono sparsi, ne calcola i movimenti, e riconosce le leggi a cui sono soggetti. Riconcentrandoci in noi, riflettendo su questa portentosa ragione di cui siamo dotati, non abbiamo noi motivo d’essere sorpresi di noi stessi, ed esclamando col Salmista “mirabiliter factus sum”, di prorompere in un’effusione di sensi di gratitudine verso il “largitor” di tanto dono? Sì, miei signori. Quanto è più grande il beneficio del dono della ragione, tanto più ci è imposto il dovere di coltivarla con ogni cura, di perfezionarla con ogni sforzo. E ciò si compie collo studio. Datevi, diletti giovani, allo studio: ché alla voce del dovere che ve lo ingiunge s’unisce l’incentivo dell’utilità per eccitarvi. Non è d’uopo che vi stia descrivendo i vantaggi del sapere: essi sono troppo noti, troppo è palese quanto l’uomo dotto si elevi sopra il volgare, quanto l’uomo civilizzato superi il barbaro ed il selvaggio. Ma, oltre al sapere, due altre doti porta seco lo studio; esso arreca la calma delle passioni; esso ci accende in un irresistibile amor pel vero. Colla prima, acquisterete quella tranquillità d’animo, quella pace di cuore, quella dolcezza di costumi, quelle affezioni semplici e pure, che tanta giocondità spargeranno su tutte le vostre relazioni sociali. Colla seconda diverrete zelanti promotori de’ veri interessi patrii; amerete con trasporto la giustizia; e colla sicurezza che inspira il convincimento della rettitudine della causa che ci sostiene, sarete magnanimi e valenti. È arricchendo la patria di tali cittadini, che non mancherete di pareggiare in sapienza, in eroismo, i vostri antenati, la cui fama ha riempito il mondo, e che potrete tramandare la vostra egualmente luminosa ai posteri».

 

Nella quiete della bella isola greca egli stende il trattato di fisica matematica che verrà poi stampato in Italia e di cui si dirà nel seguito.

Nel 1840 l’Università di Pisa lo invita a coprire la cattedra di meccanica celeste e fisica matematica.

Un delicato romanzo d’amore si intreccia a questa chiamata.

Egli parte da Corfù sposo di Anna Sutter, cittadina inglese e sua ammiratrice, e col conforto della sua gentile presenza inizia il suo insegnamento al Palazzo della Sapienza nell’illustre Ateneo pisano, in quella Toscana, culla del Rinascimento, la cui luce di civiltà par rendere mite e tollerante perfino il governo assoluto.

Vi sono uomini però cui la vita poco sorride e anzi riserba i dolori più acerbi, quasi a temprarli per le prove supreme.

Tale fu il Mossotti!

Dopo due anni soltanto di unione la sposa diletta si spegne, non reggendo al soave ma gravoso travaglio della maternità.

Come dopo le precedenti bufere, così ora, raccolte le forze per sostener pur questa amarissima, tutto si dà il nostro al lavoro, prodigandosi nell’insegnamento e nella ricerca scientifica.

Insegnamento fecondo, che forma uomini di non comune valore, fra i quali primeggiano Enrico Betti, il teorico dei fenomeni elastici, che gli succederà sulla cattedra, Ulisse Dini, uno dei, maggiori matematici italiani del secolo scorso, e l’astronomo G. B. Donati, fondatore dell’Osservatorio di Arcetri e scopritore della cometa che porta il suo nome.

Insegnamento elevato e nello stesso tempo permeato di finissima e calda comprensione umana.

Basterà ricordare in proposito le frasi introduttive del discorso pronunciato nel 1845, presentando dinnanzi alla Commissione esaminatrice le tesi di laurea dei suoi allievi:

 

« Grato è all’animo mio, dilettissimi giovani laureandi, l’officio che mi spetta di dirigervi la parola in questo momento in cui state per conseguire il premio ben meritato delle prove che avete dato del vostro valore scientifico.

« Preside e socio in gran parte ai vostri studi, non posso a meno che felicitarmi con voi dell’ottimo risultato delle vostre fatiche, e dividere seco voi la vostra gioia.

« E poiché in questa circostanza di giubilo, che corona la vostra carriera, debbo ancora trattenervi su qualche argomento, non sarà più uno di quegli argomenti astrusi e di severo raziocinio, che ci hanno occupati nel corso dell’anno scolastico, ma sì bene un argomento alquanto ameno e di qualche sollievo alla mente affaticata, quello su cui mi farò a discorrere.

«Pensando meco come trovare un simile argomento, che non fosse affatto estraneo alla nostra scienza, mi cadde in animo che ben potrei far soggetto del mio discorso l’interpretazione di un passo della Divina Commedia, che fu ed è tuttora oggetto di discussione fra i suoi commentatori».

 

Ed ecco l’astronomo farsi a commentare con rigore scientifico e con passione di letterato le prime terzine del Canto IX del Purgatorio e in particolare quella che così suona:

 

«e la notte de’ passi con che sale

fatti avea due nel loco ov’eravamo

e ‘l terzo già chinava in giuso l’ale;»...

 

L’interpretazione di questo passo molto controverso, data nella prolusione cui qui si accenna, è, secondo il Casini, «accettata da molti moderni sull’autorità del Mossotti»3.

In analoga occasione, ma sarà molto più tardi, nel 1861, egli, ormai prossimo al tramonto, commenterà magistralmente un altro passo disputato della Divina Commedia, e precisamente quello del canto XXVII del Paradiso che comincia con la terzina:

 

«Dall’ora ch’io avea guardato prima,

io vidi mosso me per tutto l’arco

che fa dal mezzo al fine il primo clima;»...

 

E tali interpretazioni faranno testo, saranno ristampate in un fascicolo (il settimo) di una collezione di opuscoli danteschi redatti dai migliori cultori del tempo di questi studi letterari, e di esse si farà poi menzione nelle edizioni commentate del divino Poema.

 

Alla copiosa produzione scientifica del primo periodo pisano, che va dal ’40 al ’48, appartengono lavori sui fenomeni capillari, sulla polarizzazione e sulla dispersione della luce, sulla distribuzione delle righe negli spettri luminosi (integralmente tradotto questo in inglese negli «Scientific Memoirs» e in tedesco nei «Poggendorff-Annalen» del ’47), nonché una breve comunicazione in francese sulla induzione elettrostatica (inserita nel tomo VI della «Bibliothèque Universelle de Genève») nella quale si indicano le linee direttive cui si ispirano ricerche teoriche in corso di sviluppo.

Della fondamentale importanza di queste ricerche si dirà nel seguito.

Allo stesso periodo appartiene la pubblicazione del trattato di Fisica Matematica scritto a Corfù, il primo trattato italiano del genere, uno dei maggiori titoli pei quali il Polvani, ripubblicandone gli scritti, chiamerà a ragione il Mossotti fondatore degli studi di fisica matematica in Italia.

Nel primo volume di questo trattato, stampato a Firenze nel 1843, sono svolti argomenti di meccanica, e cioè la teoria generale del movimento, la gravitazione universale, le leggi dell’equilibrio e del moto delle macchine semplici, l’idrostatica, l’idrodinamica, la pneumatica con la descrizione e la teoria dei barometri e con elementi della termodinamica dei gas.

Nel secondo volume, stampato nel 1845, sono trattate in una prima parte questioni di acustica riguardanti la formazione e la propagazione dei suoni, la teoria delle vibrazioni di corde e membrane e dei fenomeni di risonanza; in una seconda e più ampia parte argomenti di ottica relativi alla propagazione della luce, ai fenomeni di riflessione, rifrazione, diffrazione e interferenza, alla doppia rifrazione nei cristalli, alla polarizzazione, agli strumenti ottici ed ai fenomeni meteorologici luminosi.

Lavoro frutto di assidua applicazione e di sicura dottrina, con numerose citazioni di testi classici e con contributi originali, corredato da molte note e appendici esplicative dei punti più difficili; lavoro che si estende in complesso per 675 fitte pagine con 257 nitide figure, raccolte, come allora usava, su fogli allegati.

 

L’introduzione al trattato è tolta dalla prolusione al corso di Fisica Matematica e Meccanica celeste letta all’Università di Pisa il 15 novembre 1841, e vi si espongono i principi cui si ispirano le scienze naturali. Ne stralciamo un brano atto a documentare il rigore ancora attuale dell’esposizione:

«La investigazione delle leggi e la determinazione teorica delle forze sono dunque i due grandi oggetti che si propone la Fisica, e ciascuno di essi si conseguisce coi suoi mezzi proprii. Pel primo oggetto è necessario studiar la natura qual’è, cioè esaminarla per mezzo di osservazioni, interrogarla per mezzo di esperienze, ed analizzando i risultamenti ottenuti, riconoscere per induzioni successive quali sono le leggi con cui il Creatore ha regolato il mondo. Niente si può scoprire in questa parte per mezzo del solo raziocinio. “L’uomo” disse il gran Bacone, “ministro e interprete della natura, tanto, più opera e intende, quanto più ha sperimentato ed investigato sulle sue leggi; né sa, né può di più”. Pel secondo oggetto, si parte pure dalle leggi del movimento, che l’esperienza ci ha somministrato, ma si procede poi con raziocinii puramente matematici a dedurre dalle leggi verificate il carattere delle forze, e di lì si discende a tutte le conclusioni riguardo ai fenomeni. Di qui venne la divisione della Fisica in isperimentale e matematica».

L’opera, ristampata nell’88, è oggi una rarità bibliografica.

È di quegli anni fervidi e turbolenti l’episodio, riferito dal Montanelli, il futuro triumviro toscano, della firma da lui richiesta, e subito apposta dal Mossotti, ad una petizione in certo modo contraria ai Gesuiti.

Non sarebbe nel vero chi interpretasse l’apposizione di tale firma in maniera non consona allo spirito del tempo. Né alla mente del Montanelli, anima inquieta e pure buon cattolico, come lo descrive in un libro recente lo Spadolini4, né in quella del Mossotti e di tanti altri patrioti, sinceri credenti, tale opposizione aveva alcunché di irreligioso, derivando essa invece esclusivamente da motivi politici.

 

In quel periodo di intenso lavoro, e per quanto lo consentivano gli incalzanti avvenimenti pubblici, unico sollievo del nostro è ritornare durante le ferie estive alla sua Novara e poi a Carpignano Sesia, a una ventina di chilometri dal capoluogo, ove lo attendono affezionati parenti e la cura di alcuni beni di famiglia.

Proprio dal 1840 in poi Novara comincia ad abbattere i bastioni che l’angustiano e intensifica lo sviluppo edilizio, indice di una intrinseca e vivace capacità di risollevarsi dopo ogni tempesta, di una capacità cui bastano pochi anni di pace per manifestarsi e dare frutti inattesi.

E allora quei frutti erano davvero degni più di una metropoli che di una città di ventimila abitanti.

Il genio di Antonelli trova in quell’epoca nella sua città il campo propizio alle creazioni più ardite e va attuando quei miracoli di statica e di perfezione architettonica che riguardiamo ancor oggi con stupita ammirazione.

Porta infatti la data del 31 maggio 1840 il documento col quale si affida all’Antonelli il progetto della cupola, progetto più volte poi e audacemente modificato ed è del settembre 1844 l’inizio dei lavori, pure più volte e a lungo interrotti, ma sempre ripresi, fino al compimento, con l’apparente scetticismo e la silenziosa tenacia propri dei novaresi5.

 

Ma nel 1848 non può tornare il nostro ai quieti riposi sulle boscose rive del Sesia.

Ben altre preoccupazioni urgono in tanto tumulto che solleva minacciosamente l’Europa intera.

A Pisa si costituisce il battaglione universitario e lo si affida al comando del Mossotti, conferendogli il grado di maggiore. Arruolamenti analoghi hanno luogo a Siena ed a Firenze6.

Il conferimento di tal grado è segno singolare di stima e di fiducia in un uomo che in tempi di cospirazioni e di sette, di agitazioni e di battaglie non è né cospiratore né settario, né agitatore né militare di carriera, ma è semplicemente un provato patriota, un probo cittadino, uno studiosissimo docente.

Il resto appartiene alla storia d’Italia e se ne, riassume qualche tratto soltanto per assicurare la continuità del discorso.

La campagna si presenta dura e faticosa, richiede lunghe marce, notti passate all’addiaccio, privazioni e disagi aggravati da un’organizzazione sommaria e improvvisata, fra l’entusiasmo ardente e saldissimo degli uni e il sùbito scoramento e l’incomposta turbolenza di altri, ancor non avvezzi a sopportar rigida disciplina e, ancor più, a sostener con fermezza la delusione prodotta da notizie inattese e non favorevoli.

Il nostro non è più giovane, ha 57 anni; le tempie già s’inargentano, le forze affievoliscono, ma non è uomo da tirarsi indietro, né da far molte parole.

La patria chiama perché si cacci alfine lo straniero; come si potrebbe disobbedirle?

Il 22 marzo 1848 egli parte da Pisa coi suoi allievi, tutti in divisa azzurra, ma molti carichi di fagotti, per mancanza di zaini, fra una entusiastica dimostrazione popolare.

Sono altresì con lui alcuni colleghi, pure insigni per probità e dottrina. Fra essi spiccano il già ricordato Giuseppe Montanelli, giurista e letterato; il geologo e naturalista Leopoldo Pilla; il fisico Carlo Matteucci col suo assistente Riccardo Felici; il chimico Raffaele Piria, fondatore, col Matteucci, del «Nuovo Cimento» e maestro di Stanislao Cannizzaro, cui l’atomistica chimica deve la sua sistemazione; Luigi Pacinotti, fisico tecnico, padre di Antonio, l’inventore della dinamo.

Il timore di perdere una tale accolta di uomini, unitamente al fiore dei loro allievi, trasparirà più volte dalle misure che tenterà di adottare nel seguito il governo granducale.

 

La mattina del 29 maggio 1848 il piccolo esercito toscano comandato dal De Laugier, composto da circa 3000 uomini fra regolari e volontari e appoggiato da pochi pezzi d’artiglieria, è schierato fra Curtatone e Montanara, a circa 6 chilometri dalla ben munita fortezza di Mantova, uno dei pilastri meridionali di quel quadrilatero che l’Austria ha posto a guardia della via d’invasione lungo la valle dell’Adige.

Il battaglione universitario pisano, circa 300 giovani dai 15 ai 20 anni, si trova all’ala sinistra, a Curtatone, in prossimità del lago che ivi forma il Mincio, piegando a levante nel verde paesaggio virgiliano.

È la posizione chiave dell’intero dispositivo nella memoranda giornata.

A settentrione Peschiera è investita dai piemontesi che ne battono le fortificazioni con le loro perfezionate artiglierie7, e presso Goito, a circa 15 chilometri da Curtatone, si sta concentrando il nerbo dell’esercito di Carlo Alberto per prepararsi a sferrare l’attacco frontale, che si spera decisivo.

A impedire tale concentramento, aggirando e cogliendo di sorpresa dal sud i piemontesi, muove quella stessa mattina da Mantova su tre colonne, secondo gli ordini del Radetsky, un corpo d’esercito di 17000 austriaci con 24 pezzi di artiglieria.

Verso le ore 10 le avanguardie intoppano negli avamposti toscani e tentano travolgerle, ma sono respinte da una inaspettata vivace resistenza.

Sopraggiungono battaglioni agguerriti che tosto muovono all’assalto e comincia l’impari eroica lotta.

Gli universitari, comandati alla riserva presso il Santuario delle Grazie, all’udire il rumore della battaglia rompono le consegne e accorrono alle prime linee, presto bagnate del loro sangue generoso.

Due compagnie si schierano in aperta campagna e lungo le spallette del ponte sull’Osone, fiumicello che scorre oltre Curtatone, ed aprono il fuoco, mentre a fatica il Mossotti trattiene le altre fra le ultime case del borgo per non impegnar subito tutte le poche e scarse unità disponibili.

L’ordine è di tenere le posizioni nonostante l’evidente squilibrio di forze. Si vuole ad ogni costo sventare l’insidiosa manovra nemica, che ora preme su Curtatone, cerniera dello schieramento, per aver libero il passo e rimontar la riva destra del Mincio verso Goito.

Al grandinar dei proiettili, nell’eccitazione dell’urto iniziale, un ufficiale dell’esercito regolare invita il Mossotti, scienziato celebre, di cui si vuol risparmiare la preziosa esistenza, a ritrarsi in posizione meno esposta ai tiri nemici.

La pacata risposta, riferita da testimoni oculari, è che egli rimane coi suoi giovani. E conoscendo la gravità della situazione, ormai deciso all’estremo sacrificio, eccolo sguainare la sciabola e tracciar sul terreno disegni geometrici, forse più per infonder la calma ai circostanti che per seguire la improvvisa intuizione del modo di sciogliere un complicato problema matematico.

Col trascorrere delle ore la mischia si fa furibonda.

Prossimi a lui cadono a diecine i volontari, ucciso il Capitano Pilla da un proiettile d’artiglieria; più lontano è ferito gravemente il Montanelli che sarà poi fatto prigioniero e sono distrutti i pochi cannoni toscani; una palla urta di striscio lo stesso Mossotti che non dà segno di accorgersene.

Attorno, fra concitati comandi, è un accorrere di rinforzi, un celere crepitar di fucili, un ripiegar di feriti, in un succedersi di speranze e di delusioni, mentre del nemico si vedono d’ogni dove le casacche bianche irrompere sempre più fitte e sempre più vicine e farsi più prossimo e minaccioso il cupo tuonar dei cannoni.

Dopo sei ore di accanita ininterrotta resistenza, non giungendo i rinforzi sperati, la situazione diviene insostenibile e per evitare una strage giunge ai superstiti l’ordine di ripiegare.

Ma tanto eroismo, che sarà commemorato ogni anno dalle Università italiane, non è vano; la manovra aggirante è ormai troncata.

Il giorno successivo, 30 maggio, il sole risplende sulla vittoria campale di Goito e sulla resa di Peschiera.

Giornata fulgida di gloria dunque, ma purtroppo non decisiva.

 

Tornano dopo l’armistizio i volontari toscani alle loro città, e con essi il Mossotti a Pisa, dominando con nobile fermezza il cocente dolore, che nell’animo del grande novarese diviene l’anno successivo ancora più cocente alla notizia della sfortunata battaglia combattuta dinnanzi alla città natale.

Circondato dall’affetto degli allievi, dalla stima dei colleghi, dal rispetto dello stesso governo granducale riprende egli con rinnovato impegno il suo insegnamento ed i suoi studi.

Nel 1850 completa, dando le forma analitica rigorosa, l’ampia memoria sulle azioni e deformazioni nei dielettrici annunciata nel ’47 su un periodico di Ginevra, memoria che ripresa dal Clausius alcuni decenni dopo, condurrà a stabilire una celebre formula collegante la densità e la costante dielettrica, (legge di Mossotti-Clausius). È questo il suo capolavoro scientifico!

Nel secondo decennio pisano invia pure a Londra due comunicazioni di carattere astronomico (su un eclisse di sole e sulle orbite delle comete) e pubblica saggi di matematica pura e applicata.

Nel 1855 in un discorso di promozione a laurea tratta della costituzione del sole e delle macchie solari e il discorso è integralmente riportato sul 1° volume del «Nuovo Cimento».

Attende infine, e ciò coronerà degnamente la sua instancabile attività di studioso e di docente, a due opere di notevole mole: il trattato di meccanica razionale e l’amplissima monografia su una nuova teoria degli strumenti ottici.

Il trattato di meccanica razionale, stampato fra il 1851 e il 1853, comprende più di 400 pagine con 20 figure ed ha carattere nettamente matematico.

Vi si espongono le leggi generali del moto, la composizione delle forze, l’equilibrio dei sistemi (comprese le linee e le superfici flessibili), il moto dei proiettili, i moti pendolari, i momenti d’inerzia, le equazioni differenziali della dinamica, l’equazione delle velocità virtuali.

Il volume contiene molti riferimenti al precedente trattato di fisica matematica, di una parte del quale, sotto l’aspetto analitico, costituisce un approfondimento e un completamento.

Vari capitoli derivano da testi classici, debitamente citati, i cui originali sono non di rado e per vari motivi di faticosa e ardua lettura anche per gli specialisti, mentre qui, pur essendo esposti con stile rigoroso e conciso, essi risultano accessibili anche ai discenti, cui per l’appunto sono rivolti. Dote rara questa, che fa del Mossotti un vero maestro.

Risultati nuovi sono aggiunti alla esposizione di dottrine già note, e sempre con perfetta padronanza dell’analisi matematica del tempo, di cui il trattato è, per molti aspetti, lo specchio fedele.

La «Nuova Teoria degli strumenti ottici» compare nel 1857 sugli Annali delle Università Toscane ed è poco dopo riprodotta sul «Nuovo Cimento».

La precedente teoria dovuta al grande matematico e astronomo tedesco Carlo Federico Gauss non teneva conto delle cosidette «aberrazioni» dei sistemi ottici, cioè delle deviazioni dei raggi ottici dal tragitto previsto seguendo ipotesi semplificative, e la sua applicazione alla costruzione dei cannocchiali risultava pertanto difettosa.

Il Mossotti riprende il problema, chiarisce le definizioni preliminari e istituisce una coppia di equazioni per ciascuna delle quattro aberrazioni da calcolare e correggere (equazioni talmente complicate da coprire interamente quattro grandi pagine a stampa); ne indica il metodo di soluzione fondato sull’impiego di funzioni euleriane, e di fatto, superando gravi difficoltà analitiche, elegantemente, se pure laboriosamente, le risolve, applicandole quindi a concreti esempi di sistemi diottrici costituiti da più lenti.

Il noto astronomo e naturalista Giovanni Battista Amici, con l’ausilio di tavole numeriche calcolate dal dotto Angelo Forti, subito applica la nuova teoria alla costruzione di un grosso cannocchiale di 15 cm di diametro e ne ottiene risultati eccellenti.

In un’età nella quale molti si volgono al meritato riposo prosegue dunque il nostro tenacemente un’attività sempre più ardua, lasciando tracce profonde nella scienza del suo tempo.

 

In tutta l’Italia fervono intanto congiure e si preparano moti e ribellioni.

Nel 1852 e nell’anno successivo, con l’impiccagione dei martiri di Belfiore, un solco ormai incolmabile è scavato fra oppressi ed oppressori. «Ripassin l’Alpe» canterà il poeta esprimendo l’anelito di tutto un popolo «e tornerem fratelli».

Dopo anni di febbrile preparazione diplomatica e militare si giunge al ’59.

Unitamente a un ristretto cenacolo di patrioti, fra i quali spiccano il Matteucci, il Ridolfi e il Capponi, il docente pisano, ormai giunto alla soglia dell’età senile, saluta con gioia gli avvenimenti di quel fatidico e fortunoso periodo.

E rivivendo forse gli anni della lontana adolescenza esulta il 14 marzo 1861 al ricevere la notizia della proclamazione del rinato regno italico, frutto, come il primo, dello sforzo congiunto della rivoluzione e della conservazione e, come il primo, sorgente, col concorso napoleonico, fra contrasti violenti di fulgide luci e di oscurissime ombre.

Il laticlavio, conferitogli dal nuovo regno, onora insieme il patriota senza macchia, che ha offerto la vita per l’indipendenza nazionale, e il dotto illustre, socio di tante Accademie scientifiche italiane e straniere.

Si reca dunque il Mossotti a Torino, partecipa a Palazzo Madama ad alcune sedute dell’italico Senato, e torna a rivedere dopo anni di lontananza, la città natale e le verdi sponde del Sesia.

 

Novara, già congiunta a Genova per ferrovia dal 1854, aveva subito nel maggio del 1859 l’ultima, e fortunatamente fugace, occupazione austriaca, che appunto per la sua brevità non aveva turbato il rinnovato fiorire delle sue iniziative economiche e culturali.

Essa è raddoppiata di popolazione rispetto agli anni dell’infanzia del Mossotti e si espande soprattutto nei sobborghi.

La cupola sta sorgendo, sostenuta da due maestosi ordini di colonne e da stupende volte interne e ormai sovrasta gli edifici circostanti, suscitando meraviglia e perplessità per la sua arditezza.

Ma non potrà il nostro gustare la gioia di vedere il capolavoro dell’Antonelli completato dalla cuspide altissima, simbolo e luminoso diadema della città industre, né vedrà ascendere al fastigio la dorata statua benedicente.

Neppure vedrà il nuovo Duomo, iniziato dal Melchioni e cui fra breve lo stesso Antonelli conferirà linee pure e grandiose, inserendolo felicemente fra l’antichissimo battistero e il chiostro severo e suggestivo.

 

Nel 1860, con l’entrata in vigore della legge Casati, pur saggia e provvida sotto altri aspetti, Novara cessa di essere sede di studi universitari8.

Cessa l’insegnamento delle istituzioni di diritto civile, cui ha conferito alta dignità il senatore Carlo Negroni in ben 20 anni di nobile missione educatrice, e cessa l’insegnamento della geometria e della topografia, tenuto onorevolmente per egual periodo dall’ingegnere Giuseppe Belletti.

Il superamento di tali corsi esentava da quelli corrispondenti, rispettivamente nelle facoltà di legge e nelle scuole per ingegneri delle facoltà di scienze.

Iattura non lieve per la città questa soppressione di insegnamenti universitari che promovevano buoni studi, attiravano giovani da centri vicini, consentivano agli studenti novaresi di rinviare, senza danno, la partenza per altre sedi.

Iattura che negli anni procellosi dell’unità d’Italia, in cui pochi aspiravano ad una laurea, poté essere posta nell’ombra, ma che è bene ricordare oggi, in un tempo di straordinario accrescimento del numero di allievi e di esigenze di istruzione superiore.

Ed è bene ricordarlo nel commemorare un grande universitario novarese, affinché anche -per rendergli onore si restituiscano alla città quei corsi che i suoi antichi reggitori e cittadini fondarono e con illuminata munificenza lungamente sostennero; quei corsi, s’intende, rinnovati e integrati in conformità a ciò che i tempi moderni richiedono per ceti sempre più ampi di cittadini.

Del resto, oggi, facoltà universitarie si vedono sorgere ovunque, e in tanti centri di ben minore importanza di Novara.

E ciò avviene anche per sfollare quelle dei centri maggiori, congestionate da decine e decine di migliaia di allievi, in maniera tale da rendere pressoché impossibile quel contatto diretto fra docente e discente che rendeva così efficace l’insegnamento del Mossotti.

 

Il ricordato corso di geometria, tenuto dall’ingegnere Belletti, passa nel 1860, sia pure con altro intendimento e con altra validità, alle istituzioni tecniche promosse dalla legge Casati.

La città subito le coordina, per consiglio del Negroni, con quelle della fondazione Tornielli Bellini.

Sorge così nello stesso anno, accolto nell’edificio di detta fondazione, l’Istituto Tecnico con la sezione fisico-matematica, e la notizia ne deve giungere gradita al nostro, sempre sollecito della diffusione delle predilette sue discipline.

Ben a ragione quell’Istituto, completato nel ’64 con la sezione di agronomia e nel ’68 con quella commerciale, si fregierà nell’82 del nome del grande novarese, e quel nome, che è insieme simbolo e impegno, terrà alto in Italia e all’estero, conseguendo meritata fama per serietà dì studi e ordinata disciplina.

 

A quasi 72 anni di età il Mossotti attende à completare una memoria sulla determinazione delle orbite dei corpi celesti, in cui riprende cioè e perfeziona il suo primo lavoro di astronomia, che vedemmo apprezzato 47 anni prima dal Gauss.

Ma la pubblicazione uscirà postuma.

La forte fibra del patriota scienziato, logorata dal lavoro e dalle avversità, cede all’improvviso insorgere di un male insidioso.

Mentre l’arco della nobilissima vita piega al suo termine egli parla, nel delirio, di stelle e di studi incompiuti; stelle e studi, l’inesausta passione degli anni giovanili e degli anni maturi, delle notti passate a scrutare al telescopio l’immensità dei cieli ed a precisar coi calcoli le fiammeggianti traiettorie.

I giornali del tempo9 rilevano, come di un fatto straordinario, la commozione suscitata dalla dolorosa notizia non soltanto nella scuola e nelle civili magistrature, ma altresì, e in forma vivissima, nell’intero popolo pisano, e descrivono le solenni onoranze funebri, cui partecipa degna rappresentanza della città natale, che al nome dello scomparso intitolerà una delle sue vie più centrali.

Del monumento sepolcrale, nel celebre camposanto urbano di Pisa, monumento offerto da pubblica sottoscrizione e inaugurato il 16 giugno 186710, dice il Duprè nei suoi «Ricordi autobiografici»:

«...lo feci volentieri per la reverente amicizia che avevo avuto col Mossotti»11.

Altro segno questo della universale rispettosa benevolenza suscitata dal geniale astronomo novarese, il cui carattere, non inasprito dalle avversità, si era conservato sempre schietto, modesto e gentile.

 

La memoria di lui, legata ai risultati di dotte ricerche ed all’esempio di civili virtù, non si affievolisce col passare del tempo.

Lo si commemora nello stesso anno della morte nelle Accademie cui apparteneva e particolarmente all’Istituto Lombardo di Scienze e Lettere ad opera di Giovanni Codazza, poi professore di fisica industriale a Torino e maestro di Galileo Ferraris12.

Lo si commemora su periodici scientifici, quali gli «Annali di Matematica», in cui il Betti pone in rilievo, fra gli altri meriti del Mossotti, l’aver egli, indipendentemente da Abel e da Jacobi, avviato lo studio delle funzioni inverse degli integrali ellittici di prima specie13.

Nel 1865 al Liceo di Novara, non ancora intitolato a Carlo Alberto, al Liceo cioè che al suo sorgere aveva premiato il nostro quale distintissimo allievo, il prof. Lorenzo Corrado ne tesse l’elogio in solenne riunione14.

Ne ricordano i meriti alcune pubblicazioni storiche novaresi, redatte rispettivamente dal Negroni nel 187715, da G. B. Finazzi nel 189016 e da Augusto Lizier nel 190817.

 

Nel 1907 a Parma il senatore Valentino Cerruti, inaugurando il Congresso e tracciando la storia dell’allora rinata Società Italiana delle Scienze, quella stessa società, scientifica e patriottica insieme, alla quale il Mossotti aveva dato fervida collaborazione negli anni risorgimentali, così lo ricorda:

«Nelle matematiche applicate emerge sopra tutte le altre la veneranda figura di Ottaviano Fabrizio Mossotti»18.

Più oltre, rilevando che gran parte dei lavori del Mossotti «ammirevoli per eleganza e sobrietà di dettato e per originalità di vedute» si trovino dispersi, lo stesso Cerruti afferma che «ben si provvederebbe alla sua fama e più ancora al progresso degli studi ripubblicandoli in un corpo unico».

Il voto è ripetuto nel 1939 nella riunione di Pisa della stessa Società dal Professore Giovanni Polvani, oggi presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche19.

Lo stesso voto è infine accolto dalla benemerita «Domus Galilaeana» di Pisa ed a cura dello stesso Professore Polvani e dell’astronomo Luigi Gabba, che raccoglie amorosamente del nostro la completa bibliografia scientifica20, escono successivamente nel 1942, nel 1951 e nel 1955 tre grossi volumi in quarto intitolati «O. F. Mossoti – Scritti», in cui si trovano riuniti tutti i lavori scientifici e letterari del nostro ad esclusione dei trattati21.

Il l° volume infatti, di 446 pagine, raccoglie le memorie e le note di astronomia, geodesia e matematica, ed i due tomi successivi, rispettivamente di 441 e di 306 pagine, quelle di fisica, meteorologia ed argomenti vari (compresi gli scritti danteschi), essendo l’ultimo esclusivamente dedicato alla «Nuova teoria degli strumenti ottici », corredata da un’appendice esplicativa e da tavole destinate a facilitare i calcoli numerici.

La ripubblicazione dei trattati, da considerare quali classici della scienza per il contenuto, per il metodo e per la forma espositiva, alla stregua di quelli che l’Ostwald pubblicò in tedesco in una notissima collezione22, compirebbe il voto del senatore Cerruti e la promessa contenuta nella prefazione al primo volume degli «Scritti», e sarebbe utilissima per i cultori degli studi di fisica matematica.

La pubblicazione dell’epistolario, in gran parte inedito, depositato presso la Biblioteca Universitaria di Pisa23 e in fondi privati24, o inserito in altre raccolte25, nonché in notizie e scritti vari riguardanti il nostro, gioverebbe a dare maggior luce anche su episodi minori della sua vita.

Nel 1939 il già ricordato opuscolo in lingua spagnola del dr. P. I. Carafa illustra l’attività del nostro nella Repubblica Argentina26.

Nel mantenere vivo il ricordo del Mossotti si è distinto l’Istituto tecnico di Novara, che nel 1910 e nel 1960 ha celebrato rispettivamente le date cinquantenaria e centenaria della sua fondazione, solennemente commemorando nel contempo il grande di cui porta il nome.

La prima di queste commemorazioni, promossa dal Preside Domenico Raspini, fu tenuta dal prof. Giuseppe Bonfantini27 e nell’occasione fu inaugurata una lapide nella sede dell’Istituto.

Nella ricorrenza del centenario fu lo stesso Preside Alessandro Aspesi a ricordare diffusamente la vita del Senatore Mossotti nel corso di pubbliche manifestazioni, di particolare risonanza, indette dalla Associazione Ex-Allievi, nel frattempo fondata e degnamente presieduta dal Cavaliere del Lavoro Riccardo Monti28.

In tale occasione è stata coniata una medaglia che porta nel recto l’immagine del Mossotti ed una lapide è stata murata sulla casa avita di Carpignano Sesia, mentre una rappresentanza della fiorente Associazione si è recata a Pisa a rendere omaggio alla tomba monumentale dell’illustre concittadino.

 

Le scienze fisiche e matematiche hanno da un secolo a oggi progredito in maniera allora nemmeno immaginabile, e ciò sia nei riguardi dei mezzi sperimentali disponibili sia nei riguardi dei procedimenti matematici, ora spesso appoggiati per taluni sviluppi e per valutazioni numeriche a gigantesche macchine elettroniche.

È d’altra parte divenuto estremamente arduo e faticoso seguire quanto si va facendo in tutto il mondo anche in uno solo dei numerosi capitoli di tali discipline, le quali del resto, non occorre aggiungerlo, non esauriscono affatto lo scibile umano.

Tuttavia errerebbe gravemente chi pensasse essere ormai superato ed inutile tutto ciò che è stato fatto allora, perché al contrario molti fondamenti dottrinali e sperimentali della scienza attuale sono gli stessi della scienza dell’800 e bene spesso tali fondamenti sono meglio comprensibili nelle pubblicazioni di quel tempo, ben sviluppate e ben scritte, che non in taluni farraginosi ed ermetici trattati moderni.

L’osservazione fatta vale in particolare per l’opera scientifica del Mossotti, sia per ciò che essa ha rappresentato storicamente nello sviluppo delle discipline da lui professate e che in parte e sotto certi aspetti può forse ritenersi superato, sia per ciò che di tale opera è ancor vivo, nei risultati e nei metodi, nella scienza moderna.

Il nome del Mossotti è ricordato in astronomia, per il metodo di determinazione delle orbite e per alcune osservazioni di corpi celesti; in geodesia, per la soluzione di un problema riguardante triangoli sferici; in ottica, per la teoria dei cannocchiali e per quella sulle righe spettrali.

Citata in elettrostatica è la legge di Mossotti-Clausius, di cui si è già fatto cenno e che ha ricevuto innumerevoli conferme sperimentali in ricerche su liquidi ed aeriformi29.

Essa stabilisce la seguente relazione fra la densità ρ dei mezzi dielettrici e la loro costante dielettrica ε:

 

     ε + 2

ρ------------ = costante

     ε - 1

 

Si è voluto riprodurla non per far sfoggio di espressioni matematiche, ben attinenti del resto al nostro soggetto, ma per mostrare l’elegante semplicità del risultato, frutto peraltro di laboriosissima indagine sulle equazioni dei campi elettrostatici.

In termodinamica è ricordata la formula del Mossotti che esprime la legge delle tensioni dei vapori saturi.

Tale formula enuncia sotto forma logaritmica la relazione esistente fra le tensioni stesse e le corrispondenti temperature assolute e si può mostrare che essa è ancora utilizzabile, differendo per un solo termine correttivo dalla relazione oggi più diffusamente adottata30.

Nei trattati di idrodinamica e di idraulica il Mossotti è citato per il lavoro sul moto dell’acqua nei canali e per l’interpretazione teorica delle esperienze eseguite con l’asta ritrometrica nel canale di Pavia31.

A un secolo dalla morte il ricordo del grande novarese è dunque ben vivo nelle scienze, nelle lettere, nella storia patria.

Possano queste righe contribuire in qualche modo a tramandare tale esemplare ricordo alle venture generazioni.

 

Cesare Codegone*

 

Da: Bollettino storico per la provincia di Novara, a. 54, n. 1 (1963)

 

1 CESARE CODEGONE, «Ristampandosi le opere di O.F. Mossotti», Novaria, n. 4, 1953.

2 cfr. AUGUSTO LIZIER, «Le Scuole di Novara ed il Liceo-Convitto, Novara, 1908.

È di quegli anni l’introduzione della letteratura italiana nei programmi delle scuole. Ciò contribuì notevolmente a far fiorire gli studi sui nostri maggiori scrittori e in particolare su Dante.

3 «La Divina Commedia» con il commento di TOMMASO CASINI, 1ª ediz., 1887, Firenze, Sansoni; nella 5ª ediz., del 1915, i richiami sono a pag. 338 e 802. Si veda pure: O.F. MOSSOTTI, «Illustrazioni astronomiche a tre luoghi della Divina Commedia», Città di Castello, 1894 (collez. di «Opuscoli danteschi inediti o rari» diretta da G.L. PASSERINI).

4 GIOVANNI SPADOLINI, «Un dissenziente del Risorgimento», Firenze, Le Monnier, 1962.

5 ARIALDO DAVERIO, «La cupola di S. Gaudenzio», Novara, 1940.

6 G. MONTANELLI, «Memorie sull’Italia e specialmente sulla Toscana dal 1814 al 1850», Firenze, 1853; GHERARDO NERUCCI, «Ricordi storici del Battaglione Universitario Toscano alla guerra dell’indipendenza italiana del 1848», Prato, 1891.

7 Perfezionate dall’ufficiale, poi generale, Giovanni Cavalli, novarese.

8 Soltanto nel ’60 le scuole comunali sono trasferite dalla Piazza delle Erbe alla Via Pietro Azario ed il nome di «Cannobiane» diviene sinonimo di scuole «elementari» mentre in origine lo era di «superiori».

9 ZANOBI BICCHIERAI, Ricordo del prof. O.F. Mossotti, «Gazzetta di Firenze», 1863, n. 80.

10 SALVATORE DE BENEDETTI, «Elogio di O.F. Mossotti», pronunciato in occasione della inaugurazione del monumento sepolcrale e pubblicato in Pisa nel 1867 unitamente all’elogio epigrafico, dettato da Michele Ferrucci, e posto su pergamena nella tomba.

11 GIOVANNI DUPRÉ, «Pensieri sull’arte e ricordi autobiografici», Firenze, Le Monnier, 1906, pag. 387.

12 GIOVANNI CODAZZA, «Commemorazione di O.F. Mossotti», letta il 23 aprile 1863 al R. Istituto Lombardo di Scienze e Lettere; riprodotta su «Il Politecnico», Milano, 17 (1963) 245.

13 ENRICO BETTI, «Commemorazione di O.F. Mossotti», Annali di Matematica, 5 (1863) 60. Il Mossotti è pure ricordato nel volume «Matematici italiani del primo secolo dello Stato Unitario» del prof. FRANCESCO TRICOMI, Mem. Acc. Scienze Torino, Serie 4ª, n. 1, 1962, pag. 77.

14 LORENZO CORRADO, «Commemorazione di O.F. Mossotti», Archivio del Liceo Carlo Alberto, 16 dic. 1865. Cfr. op. cit. nota (2) a pag. 283.

15 CARLO NEGRONI, «Istituti novaresi di pubblica istruzione e beneficenza» in «Monografie novaresi», Novara, 1877.

16 G.B. FINAZZI, «Notizie biografiche raccolte ad illustrazione della bibliografia novarese», Novara, 1890, pag. 84.

17 Cfr. op. cit. nella nota (2), a pago 148.

18 Società Italiana delle Scienze, Atti del Congresso di Parma, 1907.

19 Società Italiana per il progresso delle Scienze, Atti del Congresso di Pisa, 1939.

20 LUIGI GABBA, «Bibliografia degli scritti di O.F. Mossotti, Bollettino della Sezione di Novara della R. Deputazione Subalpina di Storia Patria, 1941, n.4.

21 O.F. MOSSOTTl, «Scritti», editi dalla Domus Galilaeana di Pisa, a cura di Luigi Gabba e Giovanni Polvani, volume I (Astronomia, Geodesia e Matematica) pagg. 446, 1942; volume II, tomo I (Fisica, Meteorologia e Scritti vari) pag. 441, 1951; volume II°, tomo 2° (Nuova Teoria degli strumenti ottici), pagine 306, 1955. I volumi, in 4°, fanno parte della collezione: «Scrittori italiani di scienze fisiche e matematiche». L’edizione, completata da note critiche e da utili indici, è molto accurata e pregevole.

22 «Ostwald’s Klassiker der exakten Wissenschaften», Verlag Engelmann, Leipzig, con varie date. La collezione comprende opere di Galilei, Coulomb, Lambert, Bessel, Gauss, Avogadro, Ampère, Carnot, Cannizzaro, Pasteur, ecc.

23 Presso la Biblioteca Universitaria di Pisa sono conservati manoscritti del Mossotti, suddivisi in 14 buste. Nella prima vi è un catalogo dei manoscritti, compilato dal prof. Finzi, unitamente a corrispondenza ed a scritti vari; seguono altre 13 buste con scritti scientifici.

24 Fondi «Mossotti» presso Eredità Caire (ora Gallone), Novara; Cfr. C. VANBIANCHI, «Raccolte e raccoglitori di autografi in Italia», Man. Hoepli, Milano, pag. 159.

25 Il Prof. G. BONFANTINI (v. nota 27), nella sua accurata bibliografia sul Mossotti, cita al n. 42: «Due lettere alla moglie Anna» , Venezia, Filippi, 1888, (Biblioteca di Venezia); al n. 43: «Lettera a G. Mantanelli», pubblicata dal prof. Supino in «Miscellanea a Francesco Mariotti» pag. 62, Bibioteca Universitaria di Pisa.

26 PEDRO ISIDORO CARAFA, «Prof. D. Octavio Fabricio Mossotti - un gran sabio italiano en la Argentina en la primera mitad del siglo XIX ., La Plata, 1939.

27 GIUSEPPE BONFANTINI, «O.F. Mossotti», Discorso e note bibliografiche, Boll. Galileo Ferraris, 30 nov. 1912.

28 «Centenario dell’Istituto Tecnico Massotti di Novara» compilato a cura dell’Associazione «Ex Allievi», Novara, 1960. Il fascicolo, oltre alla prefazione del Cavaliere del Lavoro Riccardo Monti ed a molte notizie sull’attività dell’Istituto, comprende l’ampia commemorazione del Mossotti scritta dal Preside prof. Alessandro Aspesi, nonché le riproduzioni della medaglia (appositamente coniata nella circostanza), della lapide murata sulla casa avita a Carpignano Sesia e del monumento sepolcrale a Pisa.

29 O. F. MOSSOTTI, «Recherches théoriques sur l’induction electrostatique envisagée d’après les idées de Faraday», Bibliothèque universelle de Genève, Archives des Sciences physiques et naturelles, Tome VI. L’analisi più particolarmente utilizzata dal Clausius è contenuta nelle Memorie della Soc. It. delle Scienze, tomo XXIV, parte 2ª. Cfr. R. CLAUSIUS, «Mechanische Wärmetheorie», Bd. II, Braunschweig, 1879, pag. 62. Fra i vari trattati che citano la legge si veda: O. D. CHWOLSON, «Lehrbuch der Physik», Bd. 4, Berlin, 1923, pag. 314; R. PLANK, «Handbuch der Kältetechnik», Bd. 4, Berlin, 1956, pag. 82.

30 Cfr. P. BRUNELLI - C. CODEGONE, «Fisica Tecnica», Vol. I (Termodinamica), Ed. Giorgio, Torino, 1962, pag. 144.

31 Cfr. U. MASONI, « Idraulica teoretica e pratica». Ed. Pellerano, Napoli, 1923, pag. 590.

 

* Direttore dell’Istituto di Fisica Tecnica del Politecnico di Torino.

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