Maffucci Angelo

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(Calitri [AV], 17 ottobre 1845 – Pisa, 24 novembre 1903), docente di Anatomia patologica.

Angelo Maffucci

Biografia: 

Angelo Maria Maffucci nacque a Calitri, in provincia di Avellino, il 17 ottobre 1845. Figlio del mondo rurale campano dell’800, con grande impegno e capacità riuscì a completare gli studi secondari e ad accedere agli ambiti corsi universitari. Si laureò in medicina nel 1872, presso l’Università di Napoli. Con il suo diploma di laurea, a firma di Luigi Settembrini, esercitò per qualche anno la professione medica come medico condotto; fu attivissimo nella campagna contro il colera, nelle vesti di medico vaccinatore presso il Municipio di Napoli, e chirurgo presso l’Ospedale di Santa Maria del Popolo, detto degli Incurabili, nella stessa città.

I suoi primi approcci con l’anatomia patologica si realizzarono nella rinomata Scuola napoletana di Otto von Schrön (1837-1917), dove fu prima preparatore ordinario e, successivamente, preparatore capo. Nonostante facesse parte dell’accademia napoletana la sua carriera universitaria iniziò altrove. Infatti raggiunse il suo primo traguardo accademico nel 1882, come professore ordinario di Patologia generale presso l’Università di Messina, incarico che abbandonerà velocemente per ricoprire il ruolo di professore di Anatomia patologica all’Università di Catania nel 1883 e approdare quindi, nel 1884, all’ambita cattedra dell’Università di Pisa.

L’insediamento di Maffucci rappresenta un momento molto importante per lo Studio pisano: Firenze, prima in Italia, aveva istituito l’insegnamento dell’anatomia patologica fin dal 1840, mentre Pisa aveva solo un incarico di Istituzioni di Anatomia patologica, accorpato alla cattedra di Anatomia umana normale di Durante, che risaliva appena al 1882 ed era retto dal professore straordinario Pietro Martinetti. Di conseguenza, a quell’epoca, a Pisa non esisteva una struttura né fisica né amministrativa che supportasse la ricerca e lo studio nel campo dell’Anatomia patologica, per cui toccò a Maffucci “nobilissima figura di Maestro degnissimo fra i più degni”, come lo definisce Antonio Costa, il merito della fondazione dell’Istituto e del Museo, strutture entrambe annesse alla Scuola Medica. Nell’allestire il nuovo Istituto Maffucci dimostrò subito una visione ampia e precisa dei bisogni della didattica e della ricerca scientifica. Nelle vaste stanze del pianterreno allestì i laboratori, tra cui una sezione batteriologica molto ben arredata, ed un grande stabulario per gli animali da esperimento.

Fin dall’inizio del suo insediamento offrì grande ospitalità agli studenti e vari locali furono destinati ad essere stanze da lavoro per allievi ed assistenti. Divise l’insegnamento in teorico (Istituzioni di Anatomia patologica) e pratico (autopsie, esercitazioni di tecnica e diagnostica istopatologica) tanto che è possibile affermare che Pisa, grazie a Maffucci, fu la prima o una delle primissime università italiane in cui gli allievi ebbero la possibilità, nel corso dei loro studi, di associare l’attività pratica all’insegnamento teorico.

Stesso impegno dimostrò nell’allestire e poi arricchire il Museo di Anatomia patologica: all’importante raccolta di preparati collezionati da Filippo Civinini nel 1839 e donati al nuovo istituto dal professor Durante, Maffucci aggiunse molti altri reperti di varia natura riguardanti, in particolare, le patologie ossee. Contemporaneamente iniziò ad assemblare quella che nel tempo diventerà una collezione varia e ricca di preparati istologici.

Nel periodo pisano, Maffucci ebbe la possibilità di concludere gli studi sulla malattia che aveva scoperto e che, dal 1941, è internazionalmente nota come “Maffucci’s Syndrome”. Si tratta di una patologia che riguarda contemporaneamente osso e cute e in cui un tumore benigno della cartilagine, definito encondroma, è associato alla comparsa di angiomi cutanei. Maffucci aveva descritto per la prima volta la malattia nel 1881, in una donna di 40 anni, ricoverata per un tumore vascolare soggetto a gravi e frequenti emorragie, e deceduta per le complicazioni derivate dall’amputazione dell’arto, sede del tumore. Maffucci disegnò nei dettagli il corpo della donna e lo sottopose ad una meticolosa autopsia, registrandone tutte le caratteristiche anatomo-patologiche, fino ad allora sconosciute e oggi identificate nella sindrome omonima.

Gli interessi scientifici e didattici di Maffucci, puntualmente scanditi dal suo “irritabile genus, incisivo nell’espressione ribelle e talora aggressiva, esasperazione della sua istintiva sincerità e soprattutto della sua intransigenza nella concezione della vita e dei rapporti sociali”, possono essere seguiti attraverso i suoi appunti, i suoi disegni ed i suoi acquerelli. Nelle pagine di un piccolo album che portava sempre con sé, pagine dai colori delicati ma fermi, vengono metodicamente illustrati i profili istologici delle patologie del sistema nervoso, in particolare della cauda equina, e gli effetti della sifilide ereditaria nel fegato, nei polmoni e nelle ossa, cioè i terribili feti eredo-luetici. Inoltre, illustra nei dettagli più fini le lesioni cellulari provocate dalle cirrosi anulare e insulare del fegato e, infine, quel caratteristico quadro angiomatoso dello scheletro che caratterizza la sua scoperta.

È un’epoca di grande fermento: le ricerche morfologiche incalzano, i nitidi preparati al carminio lasciano il posto alle colorazioni più morbide e discrete dell’ematossilina e dell’eosina; la nascita della microbiologia, che sta sconvolgendo il mondo scientifico, non lascia indifferente il nostro Maffucci, che cavalca l’onda e si lancia nello studio della dottrina blastomicetica sull’origine dei tumori. L’equilibrio innato e il buon senso che gli deriva dalle sue origini lo faranno presto desistere, per portarlo verso studi che gli erano più congeniali e che si riveleranno più fecondi: le ricerche sulla patologia infettiva sperimentale dell’embrione.

Ha inizio un periodo molto produttivo. Sulle orme di Pasteur che, non molto tempo prima, aveva dimostrato quanto i bacilli del carbonchio fossero innocui una volta iniettati nel pollo adulto, Maffucci si chiese se questo fosse valido anche per gli embrioni dello stesso animale. Affiancato dai suoi giovani studenti dimostra che l’embrione, come l’adulto, è refrattario fin dai primi giorni dello sviluppo sia alle spore sia ai bacilli stessi.

La frequenza e la crudeltà della malattia tubercolare alla fine dell’800 lo porteranno a effettuare gli stessi esperimenti, iniettando nell’albume di 18 uova i bacilli della tubercolosi aviaria. I risultati furono eccellenti: degli otto pulcini nati “piccini, gracilini, però dotati di grande vivacità”, come lui stesso li descrive, uno muore dopo 36 ore, gli altri fra le 3 e le 17 settimane di vita. Dei sopravvissuti uno risultava essere indenne dalla malattia, quattro avevano noduli tubercolari nel fegato e nel polmone ed uno presentava, oltre ai noduli, anche deformità scheletriche dello sterno, della colonna vertebrale e del bacino. Ripetuti esperimenti lo portano a concludere che non esistono differenze sostanziali nel decorso della malattia fra polli adulti inoculati ed embrioni inoculati, mentre alcuni pulcini non sviluppano la malattia, dimostrando che esiste una certa difesa immunitaria già nella fase embrionale della vita, ed infine che esiste, ed è innegabile, una via d’infezione transplacentare: “l’esperimento delle uova è molto simile a quello della trasmissione del bacillo dalla madre al feto per mezzo della placenta…; la cosa è così importante, che può spiegare i fatti osservati nei neonati delle madri tubercolotiche nella classe del mammifero”, scrive Maffucci stesso nei suoi appunti. Il suo lavoro va talmente avanti che, nel 1890, comunica la scoperta di due differenti micobatteri tubercolari e, secondo lui, uno esclusivamente responsabile della malattia negli uccelli e l’altro proprio della tubercolosi umana e bovina. Questa scoperta lo fa entrare in aperto contrasto con Robert Koch, che riteneva che l’agente eziologico della tubercolosi fosse unico per le varie specie animali. D’altra parte, nonostante gli attriti, Maffucci, insieme a Pasteur, è l’unico studioso che Koch considera degno di menzione nella famosa relazione, tenuta a Berlino nell’agosto del 1890, in cui descrive la sua grande scoperta e si ostina ad affermare l’unicità del micobatterio. Non solo, ma lo stesso Koch lo volle come Vice-Presidente di quell’importante Congresso. In ogni caso, si può affermare che attraverso il suo lavoro scientifico Maffucci contribuì a realizzare il sogno di una sieroterapia basata sulla produzione di vaccino ottenuto dai bacilli vivi attenuati e di una siero-profilassi mirata a combattere e debellare la malattia tubercolare.

Se potessimo ricostruire l’essenza di questo particolare personaggio vedremmo un uomo dalla forte personalità e dalla mente logica, creativa e aperta al nuovo. Il suo pensiero, a contatto coi metodi della Patologia, divenne stringato e penetrante, la sua volontà resa ferrea da un duro tirocinio.

Le poche notizie che lo riguardano ce lo descrivono come “uno degli studiosi più rotti alla fatica, più pervicaci e ribelli alla umiltà dei mezzi tecnici, più duttili e sottili nel trarre dal poco il grande. Poche stanze a piano terreno dell’edificio pisano, alcuni studenti, conigli, polli, le uova della vicina campagna, qualche patata per la coltura del micobatterio: questo è il substrato elementare su cui la Patologia italiana e la Scienza vedono nascere la patologia infettiva dell’embrione, scoprono che esistono più tipi di micobatterio e riconoscono l’azione lesiva dei prodotti tossici del bacillo tubercolare”.

Come riferirà, più tardi, il suo allievo Alberto Pepere, che sarebbe poi divenuto eminente studioso e caposcuola: “Di quanto intorno a lui accadeva e che non avesse attinenza diretta con la sua vita scientifica egli non si occupò e preoccupò”. Questo non deve farci vedere Maffucci come uomo arido, o distaccato dal mondo che lo circondava, bensì come uomo che alla ricerca ed allo studio dedicò la sua vita. Ci piace, di Angelo Maffucci il bozzetto che ne fece Antonio Costa circa sessanta anni dopo la sua morte: … la figura di Lui, un po’ fiera e severa, da signore di campagna, eretta, col cappello dall’ampia tesa, lo sguardo bonario ed acuto attraverso le lenti, la barba che imbianchiva. E non s’ignora come Egli si compiacesse di soffermarsi con le umili persone delle modeste trattorie della serena Pisa ottocentesca […] in quegli anni si vedevano ancora (si racconta) tra una dotta lezione e l’altra affacciarsi e muoversi sui solatii lungarni dalla vicinissima Sapienza le toghe accademiche; ma è quasi certo che a questi conversari togati dei Maestri speculativi il Maffucci preferisse, nei brevissimi riposi, il giocare a carte davanti al facile fiasco di vino toscano con amici semplici, congeniali a Lui non fosse altro per l’umile origine e per l’acuto senso realistico”.

Nonostante il suo carattere schivo e riservato, numerosi furono i riconoscimenti al suo lavoro: fu preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Pisa; nel 1900 venne eletto Socio Ordinario dell’Accademia dei Lincei come rappresentante internazionale della Patologia italiana e, infine, lo stesso Re Umberto I volle dimostrargli la sua stima regalandogli, per i suoi esperimenti, cavalli e vitelli delle Tenute Reali di Coltano e San Rossore.

Ammalato, si ritirò a Vallombrosa, nelle vicinanze di Firenze, da dove scrisse al Ministro della Pubblica Istruzione “… dal dicembre scorso ad oggi sono sotto l’influsso di una febbre malarica con sette recidive e per consigli di illustri clinici, fra cui Pietro Grocco, mi sono portato su questa montagna dove comincia a vedersi un modesto beneficio…”..L’auspicato miglioramento non si verificò e Maffucci morì a Pisa il 24 novembre del 1903, all’età di 56 anni.

Lasciò una ingente quantità di manoscritti, stampe, lettere, disegni ed acquerelli che lo pongono sicuramente, anche se a lungo dimenticato, fra i più arguti e geniali scienziati italiani della fine dell’800.

 

Rosalba Ciranni

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