Avanzi Enrico

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(Soiano del Lago [BS], 19 gennaio 1888 – Pisa, 17 marzo 1974), docente di Agronomia generale e coltivazioni erbacee.

Enrico Avanzi
Enrico Avanzi
San Rossore 1948: Stefanelli, Quartaroli, Avanzi, Tofani, Russo, Magliano

Biografia: 

Enrico Avanzi giunse a Pisa 67 anni or sono, nel 1907, per iniziare i suoi studi presso la nostra Facoltà allora «Scuola Superiore di agricoltura». Laureatosi nel 1911 con pieni voti assoluti e la lode, iniziò la sua carriera di assistente alla cattedra di Agronomia, agricoltura ed economia rurale, tenuta allora da Girolamo Caruso.

Nel 1917 conseguì la libera docenza in questa stessa disciplina, della quale da quell’anno ebbe l’incarico di insegnamento ininterrottamente fino al 1922.

In epoca successiva, e fino al 1927-28 tenne corsi di discipline agronomiche nella Facoltà di ingegneria e medicina veterinaria.

Nel 1925 promosse, in Pisa, la fondazione dell’Istituto regionale di cerealicoltura che diresse fino al 1928, e che presiedé poi per molti anni. Tale Istituto ha acquisito non pochi meriti nella costituzione e nella diffusione di razze pregiate di cereali, nonché nella divulgazione delle più progredite tecniche agronomiche ad essi relative.

Chiamato nel 1928 a dirigere l’Istituto agrario provinciale e stazione agraria sperimentale di San Michele all’Adige, vi operò per un decennio stimolando iniziative ed intraprendendo ricerche nei settori più importanti della economia agraria trentina.

Dal 1934 al 1938, tenne anche, per incarico, la cattedra di Agronomia generale e coltivazioni erbacee della Università di Milano che, quale vincitore di concorso, ricoprì successivamente come titolare fino al 1940. In questo anno, per chiamata unanime, si trasferì all’omonima cattedra nella nostra Università, dimostrando così la sua predilezione per la sede che lo aveva visto allievo.

Nel 1941 assunse la presidenza della Facoltà di agraria, ufficio che lasciò nel 1944, quando, per pochi mesi, ebbe la prima nomina a Rettore.

Eletto nuovamente nel 1947 a reggere le sorti dell’Ateneo pisano, tenne questa carica ininterrottamente per dodici anni.

Durante il suo lungo rettorato, che coincise con il difficile periodo del dopoguerra, si dedicò con instancabile azione alla ricostruzione materiale e morale della nostra Università che gli eventi bellici avevano gravemente menomato nelle sue strutture edilizie, didattiche e scientifiche.

In segno di riconoscente apprezzamento dell’opera svolta per riportare all’antico prestigio l’Ateneo pisano, le autorità accademiche gli conferirono, al termine del suo mandato, una medaglia d’oro con la motivazione di Rettore della ricostruzione.

Chi scrive ricorda con quale religioso attaccamento e con quanta commozione il Rettore Avanzi nel primo periodo post bellico, nell’intento di riaccendere nell’animo dei giovani una fiaccola di fiducia e di speranza, celebrasse la ricorrenza di Curtatone e Montanara e con quale spirito si adoperasse perché fossero resi i dovuti onori alla bandiera del glorioso Battaglione universitario.

Fra le sue opere di Rettore della ricostruzione ci limitiamo a ricordare oltre alla riedificazione di quanto la guerra aveva distrutto, la istituzione, presso l’Università di Pisa, della Facoltà di economia e commercio con l’annesso corso di laurea in Lingue e letterature straniere; la ricostruzione del Consorzio interprovinciale universitario; la realizzazione del Centro studi per la costruzione delle calcolatrici elettroniche e dello Spettrometro di massa; l’istituzione della Scuola superiore per le scienze applicate Antonio Pacinotti che, con ordinamento conforme a quello della Scuola normale superiore, accoglie e completa nella loro preparazione allievi fra i migliori delle facoltà di Agraria, Economia e commercio, Ingegneria.

Ma all’iniziativa del prof. Avanzi si deve una delle più importanti realizzazioni che particolarmente ha giovato alla nostra Facoltà di agraria: quella di aver promosso ed avviato a soluzione, superando non indifferenti contrasti, il problema che riguardava la cessione in uso gratuito e perpetuo all’Università di Pisa, della tenuta demaniale di Tombolo.

Collocato fuori ruolo nel 1958 e a riposo, per raggiunti limiti di età, nel 1964, venne nominato dal Presidente della Repubblica Professore emerito.

Coerentemente al suo carattere tenace ed alle sue ineguagliabili risorse di entusiasmo e di attaccamento al lavoro, continuò fino all’ultimo - anche se era solito definirsi ormai Professore fuori uso - la sua attività di studioso.

Per i suoi meriti di docente e di ricercatore, gli furono conferiti ambiti riconoscimenti quali: la medaglia d’oro di benemerito della Scuola della cultura e dell’arte; la medaglia d’oro di cittadino benemerito della Città di Pisa; il Premio Fibonacci; l’Ordine del Cherubino, nonché numerose onorificenze e distinzioni da parte di vari enti e associazioni. Venne chiamato a far parte di importanti consessi quali: l’Accademia economica agraria dei Georgofili di cui era socio ordinario e consigliere; l’Accademia della vite e del vino di cui era socio; l’Accademia di agricoltura di Torino di cui era socio corrispondente.

La sua opera di studioso nel campo delle discipline agrarie può dirsi distinta in tre successivi periodi con indirizzi apparentemente diversi ma sostanzialmente collegati fra loro.

Sono del primo periodo le sue opere nel campo dell’economia rurale ed in particolare la pubblicazione del volume Influenza che il protezionismo ha spiegato sul progresso agrario in Italia.

A partire dagli anni Venti, il suo lavoro prende un nuovo orientamento indirizzandosi verso concrete realizzazioni volte allo studio ed alla soluzione del problema granario italiano. È infatti al miglioramento di razza dei cereali in genere e del frumento in particolare che per decenni dedica la sua opera di studioso, opera che tanto ha contribuito al progresso della cerealicoltura italiana.

Successivamente le sue ricerche nel campo del miglioramento genetico delle piante agrarie vennero ad estendersi, con risultati di particolare rilievo, anche ad altre specie agrarie, quali il mais, le foraggiere e soprattutto la patata, su cui condusse fondamentali studi di genetica giungendo alla costituzione delle prime varietà italiane.

Fu chiamato per questi suoi meriti a presiedere dal 1960 al 1963, la Associazione europea per le ricerche sulla patata.

Con l’avanzare dell’età, mentre affidava ai suoi allievi, ai quali sempre profuse affetto paterno, lo sviluppo del cospicuo lavoro che in questi settori aveva avviato, orientava la sua attività verso lo studio di problemi più ampi e generali della Scuola e dell’agricoltura, problemi ai quali portava il contributo della sua maturata esperienza e della sua chiara e sintetica visione.

Questa, in breve, la semplice traccia di una vita che mai conobbe soste nel lavoro; un lavoro tenace, denso, sempre costruttivo in tutti i settori nei quali si espresse, lavoro documentato da oltre cento pubblicazioni scientifiche e da numerose e concrete realizzazioni da noi forse troppo brevemente richiamate.

Ma insieme al docente ed allo studioso, non possiamo non ricordare l’uomo, che, come tale, non lascia documentazione di se stesso se non nel cuore di coloro che lo hanno ben conosciuto. In particolare in quello dei suoi allievi, abituati ad averlo vicino quasi quotidianamente, fino agli ultimi suoi giorni. Ed il vuoto che essi oggi sentono, cresce, anziché colmarsi, di giorno in giorno, e cresce soprattutto in chi, come noi, era solito ricorrere sovente a lui per un consiglio ed un insegnamento, nel desiderio, sempre vano, di riuscire ad imitarlo. Lo sbigottimento aumenta ancora nella consapevolezza di essere chiamati a dare un seguito alla sua opera. È stato un uomo sempre portato alla benevolenza; signorile in ogni sua manifestazione; un uomo nel quale la coscienza è stata sempre la prima voce con la quale ha parlato.

Mentre non trasferiva mai agli altri le sue preoccupazioni, si assumeva, per istinto paterno, quelle altrui ed in particolare quelle dei suoi collaboratori che considerava con le rispettive famiglie, parte di una famiglia più grande, nel lavoro ed al di fuori dal lavoro.

Ha sentito l’arte di coltivare i campi come la più nobile delle attività umane.

Ha onorato il lavoro con il suo esempio ed ha amato il lavoratore, specialmente quello per il quale il lavoro stesso ha il significato di sforzo fisico, di fatica e di disagio.

Il suo costume ed il suo modo di vita erano improntati, in ogni circostanza, ad un alto spirito religioso; una religione vissuta istante per istante nel pensiero e nell’azione.

Era particolarmente comprensivo ed estremamente discreto nell’avvicinarsi, per un aiuto, ai problemi più delicati degli altri.

Voleva bene a Pisa. Interveniva come critico severo, ma sempre costruttivo, in ogni iniziativa nella quale fossero coinvolti i problemi della sua città.

Amava la sua Università, la sua Facoltà, il suo Istituto.

Aveva in sé, oltre alle doti di ingegno che hanno caratterizzato la sua opera, le virtù di saggezza, bontà e rettitudine che fanno di un uomo, un uomo per bene.

La nostra società non è prodiga di tali uomini, che non si creano in un attimo, ma si formano in un’intera esistenza. Per questo, forse, ci accorgiamo di più della sua dipartita.

Amava la natura, e, in questa, le visioni pacate: cercava spesso ristoro alle fatiche di una giornata, nella bellezza di un tramonto, nella solitudine di un angolo verde.

Amava anche l’umanità: è morto convinto della eternità della vita e dei valori umani.

Vorremmo, nel suo esempio, poter conservare in noi anche un sol germe.

 

Ranieri Favilli, Antonio Benvenuti

 

Da: Annuario dell’Università degli Studi di Pisa per l’anno accademico 1973-1974

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