Anzilotti Giuseppe Rolando

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(Pescia [PT], 26 dicembre 1919 - 2 aprile 1982), docente di Letteratura angloamericana.

Giuseppe Rolando Anzilotti
Giuseppe Rolando Anzilotti

Biografia: 

Rolando Anzilotti, professore ordinario di Letteratura Angloamericana, si spegneva immaturamente il 2 aprile 1982 a Pescia, dove era nato il 26 dicembre 1919. Compiuti gli studi medi al Liceo Classico di Lucca, si era iscritto alla Facoltà di Lettere dell'Università di Firenze ma nel 1941 fu chiamato alle armi. Prestò servizio in Jugoslavia e poi, dall'autunno del 1943 alla fine del conflitto, combatte la guerra partigiana in quella Formazione dell'XI Zona in cui incontrò e si riconobbe in uomini che sentivano la lotta di Liberazione essenzialmente come una rigenerazione morale della società, ma prima ancora del singolo. Si laureò nel 1946 con una tesi sull'opera di A.E. Housman in cui prendeva prima forma quella sua assidua attenzione per il poeta inglese che nel 1958 si sarebbe concretata nella pregevole monografia La poesia di A.E. Housman. La sua vocazione americanistica era tuttavia già chiara fin dalla sua prima pubblicazione, una «Premessa» a un'antologia di poeti negri uscita in quello stesso 1946.

Nel 1947 visitò per la prima volta gli Stati Uniti dove, alla Illinois Wesleyan University, ebbe inizio la sua attività didattica e dove egli sarebbe tornato numerose volte, per periodi di studio e ricerca (Harvard, 1957; University of Pennsylvania, 196465) o come visiting professor (Emory University, primavera 1964; University of California a Davis, autunno 1971). Assistente di lingua e letteratura inglese, dal 1948 alla Facoltà di Magistero di Firenze e dal 1956 alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell'Università di Pisa, in questa seconda sede fu anche professore incaricato di letteratura nordamericana dal 1957 al 1969 allorché, vincitore di una cattedra di letteratura angloamericana, fu chiamato dalla Facoltà di Lettere e Filosofia.

Risalgono a tale periodo alcuni dei suoi lavori più importanti: i Tre saggi americani (1957) riguardanti due delle sue principali aree di interesse, la poesia del '900 e la narrativa del realismo (alla conoscenza della quale avrebbe contribuito con fondamentali saggi sull'opera di Thoedore Dreiser); la Storia della letteratura americana (1957); gli Studi e ricerche di letteratura americana (1968) che raccoglievano scritti su un altro dei temi di indagine a lui cari, i rapporti tra la cultura italiana e quelle di lingua inglese. Tali opere pongono Anzilotti tra i protagonisti di quella svolta che ebbe luogo in Italia dopo la seconda guerra mondiale, quando l'interesse per la letteratura americana, pur da lungo tempo vivissimo, divenne infine studio sistematico e scientifico. Al tempo stesso, esse delineano già compiutamente la fisionomia dello studioso il suo considerare l'esperienza e l'opera di uno scrittore come aspetti di una totalità in cui l'opera trascende sì artisticamente l'esperienza, ma nell'unicità di questa ha pur sempre il suo necessario fondamento; la capacità di mettere a fuoco con agile sicurezza ciò che è essenziale; il rigore filologico e la conseguente esigenza di basarsi su una ricerca di prima mano. Il principio che ispira tutto il suo lavoro è che lo studio della letteratura trovi la sua giustificazione nella misura in cui si prefigge di servire di testi, fornendo un aiuto alla loro comprensione. Ogni suo scritto nasce nel rispetto di quel principio, poiché egli non si induce a scrivere senza la convinzione di poter recare un qualche contributo di nuova conoscenza o, quanto meno, di chiarimento. E la chiarezza è un proposito puntigliosamente perseguito già nel linguaggio in cui egli sceglie di esprimersi: preciso, sobrio senza concessioni a preziosità o tecnicismi, sintatticamente conciso e piano. Il risultato è una prova di durevole eleganza e classica semplicità, cordiale nel tono, in cui echeggia la conversazione ironica e garbata del toscano colto.

Date tali deliberate autolimitazioni, difficilmente l'opera di Anzilotti avrebbe potuto essere copiosa. Ma non lo fu anche perché lo studio della letteratura non fu il solo campo in cui egli investì il suo tempo e le sue energie. Continuo e intenso fu infatti il suo impegno nella vita civile. Un impegno che non era attivismo dispersivo o ambizioso protagonismo, bensì modo naturale in cui poteva pienamente realizzarsi una personalità poliedrica e versatile, ed anche in linea con l'etica sociale della migliore tradizione cattolica italiana e con l'ideale anglosassone del servici consapevole accettazione delle responsabilità che ognuno è chiamato ad assumersi verso la comunità. E mentre l'esperienza del mondo, larga e multiforme, accresceva la maturità alla sua comprensione della letteratura, nel suo contemperare vita attiva e vita speculativa c'era qualcosa di genuinamente umanistico qualcosa che rende la sua figura rara e tanto più preziosa in tempi di sempre più esclusivo specialismo.

Sindaco della sua città dal 1951 al 1956, ideò il Parco di Pinocchio a Collodi, concependolo come antiretorico tributo al fascino universale di questo personaggio e al tempo stesso come perenne stimolo al rinnovarsi dell'incanto della sua storia, rievocata con libera fantasia nel Parco dalle opere di alcuni fra i più rappresentativi artisti contemporanei. Mentre ne curava con incrollabile fiducia la laboriosa realizzazione, si adoperò anche per la costituzione di una Fondazione Nazionale C. Collodi (di cui fu presidente dalla sua origine, nel 1960, fino alla morte), intesa a documentare la diffusione e a incoraggiare e approfondire la conoscenza del capolavoro del Lorenzini e di tutta l'altra sua opera attraverso un articolato e qualificato programma di iniziative culturali. Dal 1961 al 1963 fu deputato al Parlamento, mentre negli anni Settanta prese assidua parte del governo dell'Università di Pisa: per due volte (1971-73 e 1975-77) come membro del Consiglio di Amministrazione e nel 1977-78 come presidente dell'Opera Universitaria un incarico, questo, che adempì con lungimirante moderazione in un momento in cui alcune delle tensioni del Paese si scaricavano con violenza anche nell'ambito universitario. Nello stesso decennio fu attivissimo nella costituzione di organismi volti alla promozione e al coordinamento degli studi nell'arca culturale anglosassone: fra i fondatori dell'Associazione Italiana di Studi Nordamericani, ne fu presidente dal 1973 al 1977 e poi membro del Consiglio Direttivo fino al 1981; socio fondatore e membro del Consiglio Direttivo sia dell'Associazione Italiana di Studi Canadesi sia della Società Italiana per gli Studi Australiani, fu anche tra i fondatori del Centro Interuniversitario di Ricerche sul Viaggio in Italia e membra del Comitato Direttivo del British Institute di Firenze.

Ma non meno ricchi e fruttuosi furono gli anni Settanta per il suo lavoro scientifico: diresse la sezione americana del Dizionario della letteratura mondiale del 900 (1980); dal 1973 al 1979 scrisse per American Literary Scholarship quelle annuali rassegne degli studi americanistici in Italia, impeccabili per la puntualità dell'informazione non meno che per l'equilibrio dei giudizi; tornò sul tema dell'immagine del nostro Paese presso le culture straniere con dotti e gustosi saggi ora incentrati sulla letteratura di viaggio; concepì e diresse collane di critica e di testi in traduzione. Ma soprattutto culminava in questi anni quell'amorevole e illuminante studio dell'opera di Robert Lowell che era iniziata fin dal 1955 con l'offerta al lettore italiano di una scelta di poesie finemente tradotte e presentante: a quel volumetto venivano ora aggiungendosi le versioni di Benito Cereno (1969), delle Poesie 1940-1970 (1972), del Prometeo incatenato (1977), di alcuni sonetti da The Dolphin (1977). Il testo originale vi è filologicamente esplorato in profondità ed emotivamente rivissuto con commossa partecipazione da uno spirito affine al poeta, confermando quale insostituibile strumento di comprensione e interpretazione possa essere la traduzione quando esercitata a tale livello di eccellenza. Meritatamente, quindi gli fu conferito nel 1979 il premio Thornton Wilder del Translation Center della Columbia University.

Per tali molteplici e impegnative occupazioni non ebbe peraltro mai a soffire il suo insegnamento, che anzi i suoi studenti e allievi ricordano come una delle esperienze più positive del loro iter accademico. Le sue lezioni potevano dapprima apparire elementari: in realtà, erano autorevoli senza essere autoritarie, poiché egli si limitava a esporre con lucida semplicità i dati della questione senza dogmatiche imposizioni di metodo o facili proposizioni di consolanti certezze. Ma il dono più grande ai suoi studenti ed allievi era la sua simpatica affabilità, il suo saper sempre stablire con tutti un contatto autenticamente personale. Era un acuto conoscitore della persone, che giudicava con lucido realismo ma trattava con fiduciosa benevolenza perché ciascuno esprimesse quel che di buono era in lui. Non solo la ricchezza del suo esempio ma una migliore conoscenza di se stessi ha lasciato ai suoi allievi ed amici, nessuno dei quali lo ha frequentato senza avere la possibilità di prendere coraggio per le proprie buone qualità e consapevolezza dei propri limiti. Essi lo rimpiangono molto, come molto lo rimpiangono tutti coloro che ebbero occasione di ammirarne la fine intelligenza, la saggezza illuminata da cristiana carità, l'operosità fattiva e serena, la sollecita e disinteressata disponibilità, la delicata e signorile cortesia.

GAETANO PRAMPOLINI

Da: Annuario per l’Anno Accademico 1981-1982 dell’Università di Pisa

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