Amendola Giovanni

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(Salerno, 15 aprile del 1882 – Cannes, 1° aprile 1926), docente di Filosofia teoretica.

Giovanni Amendola
Lapide in Sapienza

Biografia: 

Giovanni Amendola, una vita per la democrazia (e il giornalismo)

 

Il 1° aprile 1926 si spegneva a Cannes Giovanni Amendola, colpito da un male incurabile, come ebbe a dire cinicamente alla Camera dei Deputati l’On. Casertano: tuttavia l’eziologia traumatica della patologia che condusse Amendola alla morte è resa certa dal referto chirurgico che il prof. Lardennois stilò a Parigi nel luglio del 1925 e dal contenuto delle sentenze della Corte di Assise di Pistola del 23 maggio 1947 e di quella di Perugia del 27 luglio 1949.

La connessione causale tra la morte di Amendola, il suo sequestro all’Hotel La Pace di Montecatini Terme e la violenta aggressione tra Monsummano e Serravalle, perpetrata da una squadra fascista il 21 luglio 1925, ha fatto del filosofo napoletano un martire emblematico dell’antifascismo.

Questa canonizzazione ha consegnato la figura di Amendola, come spesso accade nel nostro Paese, alla iconografia ufficiale con effetti per un verso di impadronimento e per altro di distorcimento del pensiero, dell’opera e della traccia morale e civile lasciata da Amendola.

Si è tentato infatti di allungare all’indietro la teoria dei precursori e di imprigionare Amendola nello schema Croce-Gramsci, per la preoccupazione storico-politica di erodere la consistenza e l’autonomia culturale della corrente liberal-democratica, i cui esponenti vengono così collocati in un’ala destra, Albertini e Amendola, assegnata oggettivamente ad un’arca fortemente conservatrice ed in un’ala sinistra, Gobetti, assegnata altrettanto oggettivamente ad un comunismo da disgelo.

Un’analisi storica dell’etica e della politica amendoliana mostrano come sia logoro e strumentale quel tentativo e come emergano caratteri autonomi del pensiero filosofico, dell’opera giornalistica e dell’azione politica di G.B. Amendola.

“Se ci sono liberali - scriveva sulle colonne de “Il Mondo” il 24 settembre 1922 - che hanno così fragile sensibilità morale da plaudire a coloro che affermano senza equivoci la fine inonorata del liberalismo, ci sono democratici che non si sentono di imitarli”: in questa frase si riassume Amendola politico. Deputato di centro di una circoscrizione campana, sottosegretario alle Finanze, Ministro delle Colonie negli ultimi gabinetti Facta, compartecipe sconvolto del balletto Governo-monarchia sul decreto dichiarante lo stato d’assedio alla vigilia della marcia su Roma, intransigente oppositore di Mussolini, anima dell’Aventino; qual’era in realtà la posizione politica di Amendola?

Amendola riteneva che solo una posizione di centro avrebbe potuto salvare lo stato liberal-democratico dai congiunti ma divergenti attacchi del bolscevismo da sinistra e del fascismo da destra.

Ma la posizione di centro amendoliana si differenziava profondamente dall’area centrista degli anni post- prima guerra mondiale sotto diversi profili.

Il primo e più rilevante è quello che Amendola vuole connotare la sua posizione con un solido aggancio ai principi della democrazia popolare, intesa come espressione genuina del voto e del corretto fronteggiamento tra le classi sociali, in un’ottica di mediazione dei conflitti da parte dello Stato.

Il secondo profilo di originalità è che Amendola rifiuta la visione dello Stato mero arbitro ed invoca per lo Stato stesso il ruolo di promotore della perequazione sociale e del progresso civile del Paese nel suo complesso.

Il terzo elemento, volendo sempre schematizzare, di distacco di Amendola sia dai galantuomini conservatori come Sidney Sonnino sia dai più aperti giolittiani è quello dell’intransigenza morale: Amendola rifiuta in modo reciso la linea ondeggiante dei patteggiamenti sul centro destra e sul centro sinistra, tipica del trasformismo, per una scelta di campo coerente con gli ideali di democrazia, di liberal-liberalismo illuminato e progressista e di rigenerazione morale della classe dirigente.

Il no di Amendola a Giolitti nasce in sostanza da un giudizio morale sul metodo spregiudicato di gestire il potere con maggioranze eterogenee e precarie, ma manovrabili da parte del demiurgo di Dronero.

Il no di Amendola al socialismo massimalista ed al comunismo rivoluzionano si radica in una valutazione circa il ruolo propulsivo delle classi ma sul diniego dell’egemonizzazione dello Stato: tipica è in questo senso la valutazione del ruolo positivo del sindacato e della necessità della sua autonomia tanto dal Governo quanto dai partiti.

Il rifiuto del fascismo trae le sue origini dalla inaccettabilità del metodo violento, dalla ripulsa di una concezione alteratrice dei rapporti democratici (si pensi alla battaglia condotta da Amendola contro la legge Acerbo modificativa, anzi stravolgente i sistemi elettorali) e dalla sconfortata valutazione che l’ordine per l’ordine non è una politica,

Volgendo al positivo il pensiero amendoliano, ben si capiscono le ragioni del tentativo di dar vita all’Unione Democratica, ad un moderno partito laico, liberale ed aperto sulle questioni economiche e sociali, che si sostituisse alla galassia delle posizioni personali dei singoli deputati di arca genericamente liberale e che ricercasse un suo spazio autonomo nello schieramento democratico-liberale, perchè a sinistra c’era la posizione gobettiana non ancora definita nei termini di una proposta programmatica compiuta ed a destra c’era il costante richiamo di Einaudi alle matrici del liberalismo classico.

L’Unione Democratica vuole infatti far concorrere in un cartello le forze riformiste laiche, i liberali di centro e di sinistra ed i demosociali e garantire l’impegno degli elementi più attivi della borghesia lavoratrice e di quelli più maturi e consapevoli del proletariato. Bloccare gli eccessi del potere esecutivo, invertire la pratica umiliante dello Stato-partito, sconfiggere la piaga dell’accentramento burocratico, restituire alla magistratura il ruolo di garante della convivenza civile, promuovere le autonomie locali, conferire alla politica economica la forza per far lievitare il progresso sociale e infine liberare le masse da quello che Amendola chiamava “il solido richiamo del randello così come dalle suggestioni inebrianti del gesto partigiano...” per potersi esprimere invece nella dialettica corretta della libertà: è questo il cartello politico amendoliano.

Il complesso di quest’impostazione, che oggi definiremmo laico-progressista, non può nascere dal nulla ed infatti, ad un attento esame degli scritti di Amendola, si rileva derivare dall’esperienza giornalistica e dall’elaborazione filosofica che il nostro aveva maturato prima dell’impegno politico.

Il periodo che va dal ’14 al ’19, quando Amendola diviene corrispondente del Corriere della Sera, è caratterizzato da un sodalizio morale con il direttore della testata milanese, Luigi Albertini, e da una reciproca, seppur autonoma, immedesimazione di idee.

L’esperienza di guerra è decisiva per Amendola che rileva come il conflitto abbia accelerato il portarsi a compimento del processo di trasformazione e di sviluppo della società, senza che lo Stato abbia conseguentemente conformato la sua struttura e la sua capacità d’incidenza sul reale.

A leggere i suoi articoli sul “Corriere” albertiniano e sul “Mondo” (giornale fondato da lui, da Torre e da Ciraolo nel gennaio del ’22) si avverte con quanta tensione Amendola guardasse alla via cieca che si parava davanti alla nazione:”La caduta di un regime - scrive nel ’20 sulle colonne del quotidiano milanese - può esser dolorosa, ma nulla è più miserevole dell’agonia leggera ed inconsapevole nella quale tramontano alcune società”.

Già nel ’19, dalle pagine dello stesso, giornale, Amendola ammonisce che “Ogni distrazione può diventare, più che un errore, una colpa”, poiché lo spettacolo della crisi dello Stato, strisciante prima e torbida e frenetica poi, lo lascia sconvolto.

È l’epoca dei giudizi sui socialisti spaccati tra la tattica dei riformisti ed il mito della rivoluzione, sui popolari di Sturzo quasi esclusivamente dominati dalla fobia e dalla lotta coi “rossi” sulla borghesia sempre più attratta da pericolose suggestioni reazionarie ed infine sulle camicie nere al servizio di un disegno autoritario e reazionario.

Amendola giornalista traccia nei suoi interventi un quadro molto preciso che tende a vedere nella riforma dello Stato in senso realmente democratico, promossa da una forza liberale, la linea di risoluzione dei problemi del Paese: non si tratta però dello Stato-etico, ma dello Stato-comunità capace di individuare, attraverso il dibattito democratico, gli interessi pubblici e generali ed idoneo a perseguirli, l’appagamento nell’ottica della severa scuola di Silvio Spaventa delle esigenze complessive dei cittadini.

Ma, se dagli scritti giornalistici emerge con più immediatezza il pensiero politico di Amendola, è in quelli filosofici che meglio se ne individuano le radici.

Amendola nasce poverissimo - il padre avrà un minimo di stabilità economica solo quando diventerà usciere alla Divisione Belle Arti del Ministero della Pubblica Istruzione - e studia con grande fatica economica prima alle scuole tecniche e poi al corso di laurea in matematica.

La sua attrazione per la filosofia nasce con l’iscrizione alla loggia teosofica romana prima (1900) e con la frequenza ai corsi di Wundt a Lipsia (1906) con la fidanzata russa Eva Kühn ed assume solo più tardi i caratteri di una vera ricerca scientifica, culminata con la libera docenza e con l’incarico di insegnamento all’Ateneo Pisano.

Non può negarsi che Kant abbia avuto un non piccolo rilievo nella formazione di Amendola, ma rispetto al positivismo, all’idealismo ed all’irrazionalismo che, secondo la nota immagine di Colorni, Kant avrebbe generato, Amendola si pone in un diverso spazio culturale, vicino a quello del cosiddetto quarto figlio.

Prova profondo rispetto per l’idealismo e per il positivismo, ma li trova sistemici e chiusi, talché si sente attratto dall’irrazionalismo, ma ne rifiuta la concezione rovesciata dell’edificio Kantiano.

L’etica di Amendola consiste essenzialmente nella dialettica fra la “personalità psichica” e l’“inibizione”, essendo la prima una fonte di “contenuti pratici i quali si estrinsecano in innumerevoli e sempre rinascenti tendenze all’azione... al di fuori dell’io”, mentre l’io interviene con la volontà solo quando è chiamato “a pesare la compatibilità parziale delle varie tendenze e a reprimerle per quel tratto che si rivela incompatibile col complesso delle altre”. In altre parole, l’io è deputato ad affermare il principio di realtà attraverso l’inibizione volontaria e conscia.

Da questa concezione amendoliana dell’etica derivano due importanti conseguenze, il rifiuto di ogni teoria della storia da cui ricavare una politica ed il rifiuto di ogni filosofia militante come corollario di una determinata teorica storica.

Sia nella monografia “La volontà è il bene” che nel saggio “Morale e diritto” Amendola nega infatti la distinzione tra morale e politica, tra morale ed economia, poiché non accetta la distinzione stessa nel pratico tra volizione dell’individuale e volizione dell’universale.

In questa prospettiva il passaggio di Amendola dalla filosofia e dal suo insegnamento al giornalismo prima ed all’impegno politico poi è una risposta conseguenziale a se medesimo ed al propri convincimenti.

Lo stesso Spadolini, nella prolusione del Convegno bolognese su “Giovanni Amendola: una battaglia per la democrazia”, ironizzando sulla differenza tra le 170 lire al mese dello stipendio di professore incaricato di filosofia contro le 400 di corrispondente romano de “Il resto del Carlino”, non può non riconoscere però che la scelta dell’impegno attivo non ebbe solo radici nei disagi economici in cui la famiglia Amendola si dibatteva.

D’altra parte se così fosse stato Amendola non avrebbe certo lasciato il trattamento economico di 4.000 lire che gli corrispondeva più tardi il Corriere della Sera per quello ben più modesto (L. 2.000) di Ministro del Regno.

Anche in queste scelte Amendola rivela dunque una severa conseguenzialità ai principi della sua etica, imponendosi ed imponendo alla famiglia miglioramenti o sacrifici sull’altare di un più alto impegno civile.

Un uomo, dunque, Amendola figlio di un’epoca, datato in molte concezioni filosofiche, storiche e politiche, ma non utilizzabile, come s’era voluto fare, per costruire, con quello che di vivo e di morto ci sarebbe nel suo pensiero, la teoria dei precursori nello schema della continuità da Croce a Gramsci.

Alla resa dei fatti ciò non è proponibile e quello che oggi resta è il rilievo, storicamente collocato, dell’autonomia liberal-democratica della concezione amendoliana.

Quello che resta ancora è l’alta significazione della severa coerenza con se stesso, con le proprie concezioni di vita, con la propria filosofia che quest’uomo ha sempre avuto; è questa una testimonianza che non ha data e che si pone, in un’ottica kennediana, tra i più alti esempi di coraggio civile.

Amendola che tornando all’alba dal Consiglio dei Ministri confida al figlio Giorgio che la monarchia, rifiutando lo stato d’assedio, ha abbandonato lo Stato, Amendola furibondo perché i figlioli hanno usato la vettura ministeriale per una breve passeggiata a Villa Borghese, Amendola che accetta di lasciarsi trascinare fuori dell’Hotel La Pace vergognandosi della gazzarra fascista che turbava gli ospiti stranieri, Amendola che, sia pure sconfortato dal delitto Matteotti, rianimava l’Aventino, sono tutte tracce di un medesimo modo di essere.

Se il messaggio filosofico e politico di Amendola può esser assorbito e sbiadito dal fluire degli avvenimenti storici, il messaggio morale è tutt’oggi adeguato ai tempi, poichè è pregno di valori che noi condividiamo: l’amore per la democrazia, la coerenza interiore ed operativa, l’onestà scrupolosa e la fede nella capacità risolutiva della libertà.

Questo retaggio dunque spiega ampiamente ed onora una scelta intestatoria, ma al contempo la nobilita in un non vieto e ritualistico omaggio ad una figura canonizzata ma nel riconoscimento di quel valori che Amendola ha incarnati con severa dignità e fermezza.

 

Bibliografia essenziale

E. KUHN AMENDOLA, Vita con G. Amendola, Firenze 1960.

G. SPADOLINI, Prolusione, in Atti del Convegno “Giovanni Amendola, una battaglia perla democrazia”, Bologna 1978.

A.CAPONE, Etica e politica in G. Amendola, ivi, pag. 41 e ss.

S. ROGARI, Formazione e pensiero religioso di G. Amendola, ivi, pag. 79 e ss.

A.COLOMBO, Dal liberalismo alla “nuova democrazia”, ivi, pag. 107 e ss

P. SPRIANO, Tra dopoguerra e fascismo: Amendola, Gobetti, e Gramsci, ivi, pag. 215 e ss.

G. CAROCCI, G. Amendola nella crisi dello stato italiano: 1911-1925, Milano 1956.

S. COLARIZI, I democratici all’opposizione, G. Amendola e l’Unione nazionale, Bologna 1973.

A.CAPONE, G. Amendola e la cultura italiana del novecento. Alle origini della nuova democrazia, vol. I., Roma 1974.

M. SALVADORI, Giovanni Amendola, Bologna 1975.

 

R.F.C. (da Hiram, n. 5-6, 1982)

 

Da: http://www.odg.mi.it/node/30510 (consultata in rete il 7.4.2005).

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