Ambrosi Luigi

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(Castro dei Volsci [FR], 17 marzo 1870 – Pisa, 17 gennaio 1925), docente di Filosofia teoretica.

Luigi Ambrosi
Luigi Ambrosi

Biografia: 

Luigi Ambrosi, nato a Castro dei Volsci il 17 marzo 1870, fece i suoi studi universitari a Roma, dove conseguì con onore nel 1891 la laurea in Filosofia, e nel 1895 quella in Lettere.

A 21 anni, appena addottorato, ebbe l’incarico pro tempore dell’insegnamento della Storia e delle Lettere italiane nel R. Istituto tecnico di Roma, e poco dopo, in seguito a regolare concorso, fu nominato professore di Filosofia nei RR. Licei andando ad insegnare prima a Rieti, poi a Tivoli e da ultimo a Roma nel liceo Tasso.

Conseguita a 26 anni la libera docenza in filosofia teoretica presso l’Università di Roma, egli vi tenne effettivamente il suo ufficio e senza interruzione alcuna, sino a che non fu nominato prof. straordinario di Storia della filosofia nell’Università di Messina. E ciò fece con così tanto plauso, che i professori di quella Facoltà, dei quali con la sua riservatezza, modestia e semplicità egli si era già conquistata anche un’affettuosa simpatia, con animo spontaneo e concorde gli affidarono per l’anno scolastico 1911-12 la supplenza dell’insegnamento della storia della filosofia.

Frutto di quei corsi, tenuti come libero docente, fu Il primo passo alla filosofia in tre volumi – Psicologia, Logica ed Etica, di cui il primo arrivato oggi alla 12ª edizione, vide la luce nel 1903; il secondo, arrivato alla 10ª nel 1904 il terzo, arrivato alla 9ª, il 1905. Ed il numero non esiguo delle edizioni è prova della bontà di questo manuale, il quale, pur contenuto nei limiti derivantigli dalle sue finalità didattiche, attesta l’ampiezza dell’informazione dottrinale dell’autore, ed è degno di considerazione per l’ordine della trattazione, la perspicuità del concepimento, l’esattezza delle analisi e la chiarezza dell’espressione.

Né minor fortuna ha avuta un’altra pubblicazione, anch’essa d’indole didattica, intitolata L’educazione, apparsa la prima volta nel 1914, e largamente rielaborata nella 4ª edizione, che vide la, luce tre anni or sono, ed in cui l’Ambrosi. ebbe la «cooperazione intelligente ed affettuosa della dolce e fida compagna della sua vita», com’egli stesso ci fa sapere nella dedica del volume alla moglie, Maria Gazagne, insegnante molto pregiata di pedagogia nelle scuole normali di Roma.

Il decreto di nomina nell’Università di Messina porta la data del 22 agosto 1912. Ma l’Ambrosi non andò ad occupare quella cattedra, perché un paio di mesi dopo, prima che si desse inizio alle lezioni del nuovo anno accademico, lo chiamò a sé con voto unanime la Facoltà di Pavia, presso la quale egli rimase sino a che, dopo essere stato promosso ordinario nel 1916, non fu trasferito, con decreto del 25 novembre 1917, in questo nostro Ateneo. Stimato e molto amato a Pavia, con dolore egli si separò da quei colleghi, bisognoso com’era d’avvicinarsi a Roma, dove risiedeva l’eletta sua consorte e dove sperava d’andare a chiudere un giorno la sua vita d’insegnante. Ma in quest’aspirazione ebbe crudelmente avverso il destino, perché il 17 gennaio 1925 lo colse, qui in Pisa, immaturamente la morte.

L’educazione filosofica dell’Ambrosi cade verso il 1890: in quel periodo di tempo, cioè, in cui si incominciava presso di noi a cogliere il frutto della lotta vittoriosamente sostenuta dal neokantismo contro il materialismo e le intemperanze del positivismo dilaganti negli anni precedenti: e questo frutto era il largo risveglio di quel sano idealismo, che è proprio del criticismo kantiano. Ma non fu per opera di Kant che l’Ambrosi non venne travolto da quelle correnti di pensiero, bensì per la natura dell’insegnamento avuto alla scuola di Luigi Ferri: il quale era rimasto, dopo la morte del Mamiani, nell’Università di Roma, il rappresentante tipico dello spiritualismo tradizionale italiano, e sin dal 1883, in un volume pubblicato col titolo Psychologie de l’association, aveva cercato di «rétablir les lois, les principes et les existences que les doctrines philosophiques qui ramènent au seul fait de l’association les facultés de l’esprit humain et le moi lui-même, tendent à dénaturer ou à supprimer».

L’Ambrosi fu scolaro prediletto del Ferri, dal quale era molto apprezzato. Ma venuto, in seguito, in contatto col pensiero kantiano, non poteva rimanere più sic et simpliciter nella posizione del maestro. E nella rielaborazione, che fece, della dottrina spiritualista arrivò alla conclusione che le due concezioni – la materialistica, che ha più carattere naturalistico, e la spiritualistica, che ha più carattere umanistico – hanno ognuna un elemento di vero, e che entrambe unilaterali sono suscettibili di vicendevole integrazione in una veduta più ampia e più alta, quale viene appunto fornita da quella che egli chiama filosofia dei valori universali.

«Secondo tale veduta – così presenta l’Ambrosi stesso, in una forma sintetica, la sua concezione filosofica definitiva – non si deve né avvilir l’uomo e rappresentarlo un minuscolo frammento dell’immenso congegno cosmico, come vorrebbe il naturalismo, dimentico dei valori morali e delle forze direttive della vita, né trasfigurarlo in un ente astratto che viva soltanto della propria storia e della propria gloria, come vorrebbe l’umanismo, dimentico, a sua volta, delle forze naturali, pur così implicite nella vita umana. La filosofia dei valori universali vuol essere a un tempo una filosofia della natura e una filosofia dell’uomo, in quanto né la natura esaurisce l’universo, né l’uomo è l’unico valore dell’universo, ma la prima si continua e si completa nel secondo, e il secondo è la parte più eccelsa della prima, per cui porta la propria luce e la propria interpretazione. Tale interpretazione, attinta naturalmente dalla vita dello spirito, non può non rispondere all’intima essenza della natura: perché, se assolutamente nessuna affinità o cognazione unisse lo spirito e la natura, come mai nascerebbe reciprocanza di azione e reazione tra l’uno e l’altra, come mai s’avrebbero il sentimento, la conoscenza, la volontà? La filosofia dei valori universali, penetrando nell’intimo significato della realtà, vi scopre una razionalità finalistica, che attesta un’analogia tra la natura e lo spirito; analogia, per la quale lo spirito può da un lato compiere una trascrizione razionale della realtà, e dall’altro fare della natura materia per le proprie creazioni nell’arte, nella scienza e nella morale, i cui valori, a un tempo naturali ed umani, si riassumono e culminano in quel valore supremo, che è oggetto della religione. Di questo valore supremo che è poi lo Spirito assoluto e infinito, tutto il creato, e specialmente l’uomo fedele a sé stesso, deve attuare la volontà, essenzialmente buona. Per tal modo l’Uomo inserisce la sua vita nella vita del Tutto, e cooperando con essa diventa organo dei valori eterni».

I primi germi di questa concezione, la quale rappresenta la forma ultima che nella mente dell’Ambrosi aveva assunta la visione dei massimi problemi speculativi, e con cui egli veniva a mettere la sua coscienza filosofica in armonia con la fede religiosa tradizionale, ch’era tanto viva in lui, appariscono, sin dal 1899, in una pubblicazione di quell’anno dal titolo Che cosa è la materia?

Luigi Ambrosi professò dalla cattedra storia della filosofia: e per l’esatto adempimento di tale ufficio egli era dotato di tutti i requisiti indispensabili da lui stesso pressi in rilievo ed analizzati in una pubblicazione del 1913, intitolata L’Einfühlung nello storico della filosofia. Ed invero tutto quello che ivi è detto circa l’atteggiamento che il critico deve assumere dinanzi all’opera filosofica che vuole esaminare, ed alle qualità spirituali di cui deve essere in possesso per poter ricostruire con serena obiettività il pensiero dell’autore che si studia, ed apprezzarne con doveroso senso di giustizia il valore intrinseco, era da lui fedelmente praticato, tanto nel suo insegnamento orale, quanto negli scritti d’argomento storico che ci ha lasciati, quali sono tra gli altri: La psicologia dell’immaginazione nella storia della filosofia, opera premiata dall’Accademia dei Lincei, edita nel 1898; La dottrina morale di Giovanni Amedeo Fichte, prima traduzione italiana con ampia introduzione, edita nel 1918; ed i diversi saggi riguardanti il Lotze, pubblicati nel 1909, 1912 e 1922.

Nella Psicologia dell’immaginazione, tornando su d’un argomento da lui già precedentemente studiato con intendimento puramente teoretico, ne ritesse ampiamente la storia, passando in rassegna le varie forme sotto cui questa facoltà è stata, e nel suo essere e nella sua opera, rappresentata dal pensiero filosofico e della speculazione religiosa nei diversi secoli. Il grosso volume può essere considerato come un insieme di monografie, di cui alcune veramente esaurienti, le quali, pur presentando una certa disuguaglianza nella considerazione delle diverse scuole esaminate, attestano tutte in chi scrive, secondo il concorde parere di chi ebbe a giudicarle, un buono e sicuro senso storico e critico.

La traduzione del System der Sittenlehre del Fichte è scrupolosissima, ed ogni parola in essa è meditata, perché sia reso per intero e fedelmente il pensiero dell’autore, che è talvolta poco chiaro nella sua forma involuta. E nell’ampia introduzione premessavi la figura del pensatore tedesco è presentata nella sua interezza, a traverso una larga ed esatta conoscenza del momento storico e della dottrina e dell’anima dell’uomo.

Lo stesso può ripetersi in riguardo alla figura del Lotze, del quale, sin dal 1909, l’Ambrosi aveva concepito il disegno di darci una monografia completa, pubblicandone l’Introduzione nei fascicoli 3° e 4° della «Cultura filosofica» di quell’anno. Vide la luce, nel 1912, la parte prima di quella monografia, col titolo Hermann Lotze e la sua filosofia; e della seconda parte abbiamo un notevole saggio nello scritto pubblicato il 1922, negli «Annali delle Università toscane», col titolo Metafisica dello spazio e del tempo secondo Lotze.

La morte immaturamente sopraggiunta, e soprattutto la grave infermità agli occhi, da cui fu colpito nel 1918, impedirono all’Ambrosi di attuare, in tutta la sua compiutezza, il disegno concepito. E se consideriamo che questa infermità, pur in forma attenuata, non cessò mai più, in seguito, di tormentarlo di quando in quando, avremo ancora più motivo d’ammirare la ininterrotta produttività del nostro compianto collega.

Impedito dalla strettezza dello spazio d’indugiarmi ancora di più in questa rapida illustrazione degli scritti dell’Ambrosi, mi trovo nella necessità di non poter dare che il semplice titolo delle altre sue pubblicazioni, che qui elenco in ordine di tempo: 1. Sulla natura dell’inconscio, 1892; 2. La dottrina del sentimento nella storia della filosofia, 1894; 3. Sopra i «Pensieri diversi» di A. Tassoni, 1896; 4. Sentimento, emozione, passione, 1898; 5. I principi della conoscenza, 1898; 6. La filosofia nel gran ciclo delle produzioni umane, 1899; 7. Libertà o necessità nell’azione umana?, 1899; 8. Michele Montaigne e la sua pedagogia, 1906; 9. L’Università di Lovanio e Maurizio De Wulff, 1915.

Come si vede, la produzione scientifica dell’Ambrosi è varia, toccando essa campi diversi della filosofia ed in ogni campo problemi diversi. Ma qualunque sia l’argomento di cui parla, tratti egli di analisi psicologiche o discussioni gnoseologiche, di ricostruzioni storiche o trattazioni sistematiche, l’Ambrosi porta sempre per ogni dove una serietà d’intenti, accompagnata con un amore sincero e vivo della verità. E questo fa sì che le sue pagine, com’ebbi già a dire nell’estremo saluto che diedi all’amato collega il dì dei funerali, «si leggono con piacere e con profitto, perché ciò di cui in esse si parla non è un’improvvisazione della mente, sebbene il risultato d’una coscienziosa elaborazione mentale, indizio d’una perfetta probità intellettuale, degna della più alta considerazione. E questa qualità intellettuale, che è meno comune di quanto si possa supporre, era un riflesso mentale della probità morale dell’uomo».

Natura melanconica e solitaria, l’uomo appariva freddo all’esterno, ma nascondeva dentro una grande affettuosità, una notevole mobilità di fantasia, un ardore vivo per tutto ciò che è bello nobile e santo. E questo ci spiega perché da lui, accanto a pagine di severe e fredde analisi scientifiche, scaturissero altre piene di calore, di vita, di fede. Per la qual cosa, applicando qui al caso suo alcune parole che egli scrisse del Lotze, possiamo affermare che «i suoi scritti sono il risultato d’una sapiente elaborazione dei materiali attinenti al soggetto trattato... d’un senso delicato per la bellezza, d’un entusiasmo sincero per la bontà».

Ed entusiasmo per la bontà non poteva non sentire un uomo, che era così essenzialmente buono, da non poter fare a meno di rivolgere, nelle sue disposizioni testamentarie, un pensiero di viva simpatia ai derelitti ed agli afflitti, pregando la moglie di «beneficare quando e come» potesse, «e subordinatamente ai mezzi della sua sussistenza, qualche istituto di ciechi, di bimbi abbandonati, di malati».

Né questo è tutto. V’è ancora un’altra preghiera, che egli rivolge alla moglie: ma questa non consacrata in un documento legale, quale è un testamento, bensì segnata in un foglietto volante, trovato dalla vedova nello spoglio delle carte del marito. In quel foglietto si leggono le seguenti testuali parole: «Prego la mia Maria di istituire – quando potrà e vorrà – presso la R. Università di Pisa, a cui appartengo, una borsa di studio di lire mille, da intitolarsi al mio nome, e da assegnarsi ogni anno ad uno studente povero iscritto alla facoltà di Filosofia, previo concorso da darsi secondo le norme che stabilirà la facoltà stessa».

Agiato ma non facoltoso Luigi Ambrosi, queste disposizioni e queste preghiere onorano altamente l’uomo. E non meno altamente la vedova: la quale, pur non obbligata da carta legale alcuna, ha religiosamente accolta la preghiera del marito, e con una sollecitudine senza pari s’è affrettata a donare alla nostra Università la somma di lire ventimila.

E questo rende ancor più cara a noi la memoria, già per sé stessa tanto cara, del non mai abbastanza rimpianto collega.

 

Giuseppe Tarantino

 

Da: Annuario della R. Università di Pisa per l’anno accademico 1924-1925

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